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L’insolito sospetto

Se7en - Piazza Grande

L’insolito sospetto

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Il regista David Fincher è famoso, tra le altre cose, per aver affermato: “Mi piace realizzare film che lasciano cicatrici”. Una filosofia che è evidente soprattutto nella sua opera seconda, Se7en, prima incursione del cineasta nel mondo dei serial killer che riaffiorerà in Zodiac, The Girl with the Dragon Tattoo e nella serie Mindhunter. La storia di John Doe, il misterioso assassino che commette omicidi basati sui sette peccati capitali, è un racconto malsano sin dall’inizio, in particolare dai titoli di testa che, prima della vera entrata in scena del killer, lo “mostrano” mentre mette in atto il proprio piano tra appunti, ritagli e altri stratagemmi. Due minuti firmati da Kyle Cooper, fondamentali per cogliere l’atmosfera malata, disperata e implacabile di un film che non si ferma davanti a nulla. Come il perfido John Doe, Se7en sbuca all’improvviso, sorprende con la sua logica perversa e colpisce nel profondo con la sua spietatezza, congedandosi in modo beffardo con una battuta finale che, pur essendo stata imposta dalla produzione, rimane brillantemente cinica: “Ernest Hemingway disse che il mondo è un bel posto per cui vale la pena combattere. Concordo con la seconda parte".

Max Borg

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