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Naufragio visionario

Sembra mio figlio - Fuori concorso

Naufragio visionario

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Fin troppo semplice dire che con Sembra mio figlio Costanza Quatriglio sia tornata alla fiction con cui aveva cominciato. Addirittura banale sostenere che gli anni di militanza documentaria producano ora un’ulteriore ovvia commistione. C’è qualcosa di ben più complesso e di meno prevedibile in questo film intenso e misterioso. Anzitutto c’è un’idea di movimento inverso che elude subito la convenzionale posizione dell’emigrante. Quando Ismail ci viene presentato è già in Europa, dove vive col fratello Hassan. Fuggito dall’Afghanistan per le continue persecuzioni cui viene sottoposta l’etnia del suo popolo, gli Hazara, sente il richiamo ancestrale delle origini attraverso la voce della madre, che ora al telefono non lo riconosce. Da qui ha inizio il viaggio a ritroso, verso un destino di guerra ed eterna diaspora. Un ritorno emblematico che, appunto, non appartiene ad alcun genere o formato, ma che la Quatriglio filma come un progressivo naufragio visionario, dove non è più importante avere delle risposte, ma riconoscersi parte di una lingua universale, la lingua madre, senza valichi né frontiere. Per la prima volta Ismail si perde davvero, e perdendosi ritrova il suo posto nel mondo. La casa un tempo lasciata alle spalle e poi solo evocata, adesso è quel non-luogo collettivo più vero di ogni nazionalità.

Lorenzo Esposito

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