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"It's time to die"

Addio a Rutger Hauer

Rutger Hauer, Locarno67

"It's time to die"

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Uno dei monologhi più celebri della storia del cinema se ne è andato nell'intimità di un silenzio. Sei giorni fa si è spento Rutger Hauer, il profilo controluce della fantascienza, la voce di un futuro buio come la notte. Difficile riuscire ad essere altro dopo essere stato Roy Batty. Quel Roy Batty, a tu per tu con Harrison Deckard Ford nel baratro di un'umanità corrotta.

Anima e volto maschile del cinema olandese di Paul Verhoeven (Turkish Delight - 1973, Keetje Tippel - 1974, Soldaat van Oranje - 1979, Spetters - 1980, Flesh and Blood - 1985), Hauer riuscì a replicarsi anche per Sam Peckinpah (The Osterman Weekend, 1983), Ermanno Olmi (La leggenda del santo bevitore - 1989 e Il villaggio di cartone, 2011), George Clooney (Confession of a Dangerous Mind, 2002),  Robert Rodriguez e Frank Miller (Sin City, 2005), Christopher Nolan (Batman Begins, 2005),  Luc Besson (Valerian and the City of a Thousand Planets, 2017) e Jacques Audiard (The Sisters Brothers, 2018).

Freddi come la luce di Blade Runner, gli occhi di Hauer avevano la forza della verità. Come quelle, semplici, raccontate al tavolino di un bar di Locarno sotto lo sguardo fradicio di PardoLive. Era il 2014 e a lui, presidente di giuria dei Pardi di domani, non andava di fare un'intervista come tante. Perché non in moto, perché non in Harley? Che la pioggia fosse la sua scenografia ideale per raccontare quelle piccole o grandi verità d'altronde ce lo aveva già svelato nel 1982. Quando proprio lì, in un 2019 immaginato, in una di quelle scene in cui il cinema gioca ad essere più reale del vero, se ne lasciò scappare una: "it's time to die". E per quanto possa far male, aveva ragione.

 

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