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Under the Black Light

Retrospettiva: Black Light

Under the Black Light

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© Courtesy of The British Film Institute

Se il cinema è questione di sguardo, la teoria del cinema non poteva che trovarsi confrontata, nel corso della sua storia, con la domanda cruciale: lo sguardo di chi? Rispondere significa prendere coscienza che il cinema si è costituito sotto il predominio di occhi peculiari: occhi per i quali il centro del mondo coinciderebbe inevitabilmente con la figura dell’uomo bianco eterosessuale, portatore della sola e unica prospettiva “normale” rispetto alla quale tutti gli sguardi “altri” – di altre culture, altri generi, altri orientamenti sessuali – non rappresenterebbero che una serie interminabile di casi eccezionali.

Rispetto alle altre arti, pure segnate da questa deformazione della prospettiva, il cinema ha un vantaggio: quando nasce, alla fine dell’Ottocento, si trova in un contesto dove già sobbollono quelle rivendicazioni antirazziste, anticlassiste e femministe che nel corso del Novecento avrebbero messo in crisi tale visione delle cose. Così, da subito nel cinema le prospettive “altre” tracciano vie proprie, prima sotterranee, poi illuminate dai riflettori.

La Retrospettiva 2019 si incammina lungo una di esse: Black Light segue il percorso del Black cinema, risalendolo dal 2000 (con l’esperimento still/here dell’artista Christopher Harris) al 1919 (con Within Our Gates, del pioniere Oscar Micheaux); nel mezzo, 45 opere che modulano una (ri)definizione della categoria. «Il Black cinema non può essere definito facilmente, così come non si possono definire facilmente le persone nere» osserva il curatore della sezione, Greg de Cuir Jr. «Al suo interno ci sono differenze geografiche, politiche, estetiche e altro ancora. Probabilmente le sue caratteristiche principali sono l’impegno verso le culture nere in senso internazionale, l’incanalamento di una sensibilità nera. E sicuramente i registi neri sono i principali artefici del Black cinema, ma non tutti i registi neri fanno black cinema. Definizione e classificazione sono prospettive intricate… Citando Racquel J. Gates e Michael Boyce Gillespie nel loro manifesto sul Black cinema, “Forse l'ambivalenza potrebbe essere un buon punto di partenza».

Così nella selezione troviamo film che divergono per origine (dall’Africa all’Europa, dagli Stati Uniti all’America latina), genere (documentari, video sperimentali, assalti di blaxploitation, successi hollywoodiani, fantasmagorie queer e manifesti rivoluzionari) e retroterra dei registi (da Pasolini a Spike Lee, passando per pionieri discreti come Sara Gómez, che con De cierta manera firma il primo film di una donna africana nelle Americhe). Ne deriva un quadro del Black cinema come composizione frammentaria di tanti «Black cinemas», caratterizzati da «una pluralità di voci e stili. Il quadro che ne emerge vuole essere un collage, un collage storico, un collage storico inclusivo. Lo scopo è sfidare ed espandere le nozioni di ciò che il cinema nero è, di ciò che era, di ciò che può essere».

Ed ecco allora che nelle sale di GranRex e dintorni Jackie Brown s’imbatte in Lola Darling, l’enigmatico illusionista di Daïnah la métisse (1931) discende agli inferi a fianco dell’Orfeu negro dell’omonimo musical (1959), l’eroina di Coffy (1973) incrocia le armi con lo spacciatore di Super Fly (1972). Tutte figure che, apparendo sullo schermo, hanno segnato l’evasione dai ruoli prestabiliti per gli attori neri e dimostrato che altre visioni, altri sguardi erano possibili. «Concedetemi di parafrasare Stuart Hall: “La vocazione del Black cinema moderno è permetterci di vedere e riconoscere parti e storie diverse di noi stessi per costruire quei punti di identificazione e posizionalità che chiamiamo identità culturali”».

Sara Groisman

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