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Un tè nel deserto

Cineasti del Presente - 143 rue du désert

Un tè nel deserto

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Hassen Ferhani, come ha incontrato Malika, la protagonista di 143 rue du désert?

Mi è sempre piaciuto percorrere le strade algerine e l’idea di un road movie mi gironzolava in testa. Un giorno ho chiesto a un amico scrittore che mi accompagnava di parlarmi di questo personaggio che appariva in molti dei suoi libri: una donna che gestisce una stazione di servizio nel deserto. Siamo andati a trovarla. Malika è una specie di faro nel deserto, tutti coloro che frequentano quella strada la conoscono. Dopo tre ore con lei ho capito che avrei girato un road movie immobile.

È difficile farsi un’idea del tempo che passa.

Io non contavo più, perché il tempo lì non ha la stessa consistenza. Filmavo poco perché bisognava imparare a conoscersi. Malika è davvero una donna che ha deciso di scrivere la propria storia in una terra di nessuno, e ci sono dettagli che non potevo svelare. Ho passato molto tempo in sala di montaggio. Era necessario che fossero la sua ospitalità e il suo intuito a raccontarla.

Che ruolo dà al brano di Eno e Byrne, Qu’ran – una canzone un po’ mitica e clandestina, sparita dalla circolazione dopo il secondo passaggio di My Life in the Bush of Ghosts?

Qualcosa si muove con quel brano. Nella prima parte impariamo a conoscere il luogo e le persone che ci entrano. Nella seconda ci avviciniamo alla mente di Malika. Allora provo a fare cose come il piano sequenza intorno alla casa. In certi mausolei algerini, per rendere omaggio a un santo bisogna girarci intorno tre volte prima di entrare. Ho sempre pensato che quel posto forse si trasformerà, un giorno, in luogo santo. I santi che c’erano nel XVIII o XIX secolo erano persone come Malika.

Antoine Thirion

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