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C'era una volta in Piazza Grande

C'era una volta in Piazza Grande

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Un attore, uno stuntman e un produttore si incontrano in un bar. No, non è una barzelletta, è ciò che accade all’inizio di Once Upon a Time… in Hollywood, il nono lungometraggio di Quentin Tarantino. Un film dal titolo apertamente, volutamente fiabesco, ma dietro la rivisitazione storico-nostalgica intrisa di licenza poetica c’è soprattutto una grande malinconia: il 1969 non è solo l’anno di Charles Manson, la cui minaccia si fa sentire in alcuni momenti-chiave, è l’anno che segna convenzionalmente il passaggio alla New Hollywood, nonché l’anno dell’uscita americana di C’era una volta il West, uno dei film fondamentali per la cinefilia di un allora giovanissimo Tarantino (nato nel 1963). Il cineasta di Knoxville medita sul tempo che passa, anteponendo alle scene e ai dialoghi cool un’atmosfera più contemplativa, elegiaca, intrisa di sottile tristezza e incertezza. A un passo dalla “pensione” (Tarantino ha più volte affermato che il suo prossimo film, il decimo, sarà l’ultimo da regista), l’autore di Pulp Fiction firma quella che forse è la sua opera più matura e coraggiosa, di quelle che si vedono raramente sul grande schermo al giorno d’oggi. Cinema allo stato puro, girato in 35 mm, un film che pensa in grande raccontando storie in apparenza piuttosto “piccole”, dove la vera Hollywood – preziosissima la presenza di Margot Robbie nel ruolo di Sharon Tate – incontra meravigliosi personaggi inventati di sana pianta come Rick Dalton e Cliff Booth, un duo che rappresenta il culmine della bravura recitativa di Leonardo DiCaprio e Brad Pitt. Da assaporare con lo spirito giusto, in Piazza Grande.

Max Borg

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