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Vendetta, mistica e peccato: tutti i demoni di Abel

Vendetta, mistica e peccato: tutti i demoni di Abel

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Demoni d’autore. Quelli che girano nella mente di un regista come i cavallucci di una giostra. E determinano non soltanto l’eterno ritorno di un nocciolo poetico compatto, ma anche la sua cifra stilistica personale. E anche per Abel Ferrara, Pardo d’onore Swisscom di Locarno 64, è così.

Frughi velocemente nel grande sacco della sua filmografia e subito salta fuori una serie di scene-madri che hanno la forza icastica di rompere i tendini della narrazione per farsi subito immaginario collettivo. Dalla follia del pittore di The Driller Killer (1979), suo primo film, che usa un trapano a pile per scaricare la sua rabbia in maniera omicida di tutto quello che frena la sua creatività, alla festa in maschera dove a colpi di pistola si consuma la rivalsa di una donna muta (Ms. 45, L’angelo della vendetta, 1981)contro il genere maschile.

Il trampolino è già definito: vendette, violenza, scatti sessuofobici e tutta quella forbice drammatica che allarga in modo irreparabile i mondi della colpa da quelli dell’innocenza: questo è l’habitat naturale di un regista come Abel Ferrara, di famiglia immigrata italiana, ma soprattutto figlio di quel Bronx in cui è cresciuto e che si è portato con sé nelle visioni da grande schermo. Di sicuro non un cinema conciliante e pacificato, ma qualcosa di ruvido che vuole andare addosso allo spettatore con la forza delle sue sberle estetiche. Soprattutto quando queste ultime incocciano, seguendo le sceneggiature dell’amico di infanzia Nicholas St. John, il fremito di una riflessione filosofica-religiosa.

Dopo aver agganciato il genere gangster movie con King of New York e un Christopher Walken protagonista, passa sotto l’insegna di “trilogia del peccato” infatti uno dei trittici più duri e più riusciti che il cinema americano contemporaneo abbia potuto confezionare sul tema. Dalle parti di Martin Scorsese, per intenderci, ma con una traiettoria più barocca e metafisica come testimonia The Bad Lieutenant (Il cattivo tenente), film del 1992, in cui lo sbirro Harvey Keitel s’inabissa e si lacera in un tragitto interiore che da corrotto lo porta a una vera propria forma di espiazione. Forza espressionistica caricata sugli eccessi che viene riecheggiata sia in Snake Eyes (Occhi di serpente, 1993) con la sua ambientazione da cinema nel cinema, sia negli ambiti vampireschi e nichilisti in cui si scatena The Addiction (1995).

L’ossessione del peccato, con tutto quel che ne consegue a livello di riflessioni sul male e sul libero arbitrio, ormai è già impalcatura per metter su una vera e propria tragedia morale, quella di The Funeral (Fratelli, 1996) manipolo familiare di gangster anni ‘30 impegnati a vendicare un assassinio. Il cast è una sfilata di attori di prim’ordine che mette insieme Christopher Walken, Chris Penn, Vincent Gallo e Isabella Rossellini. Un fare affidamento al corpo degli interpreti che come logica conseguenza porta gradatamente, soprattutto dopo la fine del sodalizio con gli script di Nicholas St. John, a rompere con ogni determinismo narrativo, per lasciare più libero e contraddittorio il gomitolo delle sue visioni.

E l’approdo ideale, al di là dei continui viavai nel tempo tra fantascienza (Body Snatchers,
1993), cyberpunk (New Rose Hotel 1998) e black comedy (Go Go Tales 2007) non poteva che essere la spiritualità della religione, presa di petto con il film-saggio Mary (2005). Il ritorno a Gerusalemme di una timorata di Dio (Juliette Binoche) diventa la bomba in cui finiscono per esplodere dolorosamente tutte le scaglie dei dogmi che infarciscono i pensieri mistici e laici. Sguardi grammaticalmente non ortodossi per un cinema d’urto e d’impatto che là dove passa, trova sempre la forza redentiva di togliere le certezze. Cosa che in potenza promettono molti registi, ma che nella pratica pochi riescono a mantenere in una maniera spiazzante. Di sicuro, Abel Ferrara è tra questi.

Lorenzo Buccella
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