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Alain Delon, una faccia d’angelo in Piazza Grande

Alain Delon, una faccia d’angelo in Piazza Grande

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È la faccia d’angelo più tagliente del cinema europeo. Quella che nei panni del giovane furfante Tom Ripley ha rubato identità miliardarie in pieno sole (Plein Soleil, 1960), cinica e opportunista, con la banda nera su un occhio, quando è sbucata tra i tavoli del Gattopardo (1963) o ancora, con la pupilla inchiodante, sotto il Borsalino (1970) d’ordinanza, quando detta legge ai clan marsigliesi.

Un volto che ha strisciato un’intera epopea cinematografica, visto che sono rare le personalità che alla stregua di Alain Delon sono riuscite a dare sangue e carisma a una galleria di personaggi complessi e collocati sempre lì, in una zona grigia d’ambiguità dove il bene è un’immagine lontana e il male una condanna. Durezza, nerbo e ruvidità, passati attraverso il “correttivo” spiazzante di un’avvenenza di ghiaccio.

Un contrasto voluto e cercato fin dall’incipit della sua avventura, quando dopo aver fatto una lunga serie di lavori umili, viene scoperto e portato sul grande schermo dal regista e sceneggiatore francese Yves Allégret che lo fa debuttare nel film Quand la femme s'en mêle (1957). Da lì a poco, ecco il primo duetto con l’amico-rivale Jean-Paul Belmondo in Sois belle et tais-toi e, successivamente, Christine di Pierre Gaspard-Huit, dove conosce Romy Schneider con cui allaccerà una relazione sentimentale.

Ma è nel 1960 che il suo sentiero filmico trova un vero e proprio turning point. È sul suo fisico dolente infatti che s’appoggia quel capolavoro corale di Rocco e i suoi fratelli, il film che segna l’incontro determinante con Luchino Visconti. La figura del pugile immigrato Rocco Parondi allarga un ritratto che sembra marcare una luminosa eccezione rispetto alle tipologie d’uomo che s’incarneranno nelle sue performances future.

Quelle che da lì in poi continueranno a miscelare esperienze d’autore a una predilezione per quel genere polar che pare rinnovarsi nelle dinamiche colpo-su-colpo promosse dalla sua presenza, a volte nel côté malavitoso, a volte in quello della polizia, ma sempre in modo mai pacificato.

E per capirne lo slalom attoriale, basta scivolare lungo le curve più seducenti della sua filmografia, dal Gattopardo (Luchino Visconti, 1963) all’Eclisse (Michelangelo Antonioni, 1962), da Paris brûle-t-il? (René Clément 1966), a Le Samouraï (Jean-Pierre Melville, 1967), senza contare il grande boom ai botteghini ottenuto con un cult-movie come Borsalino (Jacques Deray, 1970).

Giusto un sunto veloce di titoli, nella mappa dei tanti citabili, sempre scortati, preceduti o amplificati, da una fama popolare di tanto divo tanto ribelle. Non a caso, per molto tempo i media britannici lo hanno soprannominato “la Brigitte Bardot al maschile”, saldando e veicolando l’immagine di un cinema francese capace di occupare tutta la vetrina internazionale.

Lorenzo Buccella

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