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L’amore, la badante, la vecchiaia e l’Estonia

L’amore, la badante, la vecchiaia e l’Estonia

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Scorbutica, misantropa, indurita negli anni ma dignitosa nel portamento e tagliente nella lingua. Si staglia così, nel suo timbro caratteriale, Frida, l’anziana protagonista di un film che fa perno sulla presenza carismatica di Jeanne Moreau per andare a sondare limiti, desideri e assistenze da terza età.

È lei infatti con il suo personaggio intento a combattere una vecchiaia sentimentale che non accetta compromessi né rassegnazioni, il fulcro del film Une estonienne à Paris, il nuovo lavoro del regista Ilmar Raag, nato in Estonia nel 1968. Uno sguardo, il suo, che ci porta nella bolla borghesemente arredata di una solitudine parigina che diventa un arcipelago di stizze, incomprensioni e capricci nei confronti del prossimo.

A partire dalla nuova badante (Laine Mägi), proveniente dall’Estonia come la stessa Frida, che strappata ai paesaggi innevati si trova fiondata all’interno di una casa della Ville Lumière in cui la padrona non fa nulla per schermare la propria ostilità. Un’avversione diretta nei confronti di ogni intruso che si mette in testa di voler aiutarla, scalfendo i diritti e l’orgoglio alla propria autonomia.

Tutti fuorché una sola persona, Stéphane (Patrick Pineau), l’uomo di mezza età che ha assunto la giovane donna estone, amante di un tempo della gran dama che ancora adesso le riserva un senso di compassionevole riconoscenza.

E non l’amore, che la tenace anziana invece vorrebbe trattenere, aggrappata a un egoismo che non teme il senso del ridicolo, quando viene usato per lenire l’ingiuria degli anni e del suo isolamento. Dialettica sul dare e l’avere che, nei suoi sviluppi, finirà per spostare le traiettorie psicologiche che si annodano lungo l’arco del film.

Lorenzo Buccella
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