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I ruggiti di Leos

I ruggiti di Leos

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© Xavier Lambours/ Signatures

Il cinema come isola: l’arte di Leos Carax in 19 dichiarazioni

«Parlare di cinema per me è un incubo, e farlo alla luce del sole è un incubo ancora peggiore: per me il cinema è un fatto notturno.»

«Holy Motors è incentrato sul tema del viaggio da una vita all’altra compiuto dal personaggio interpretato da Denis Lavant. È questo viaggio l’elemento segreto, il lato “holy” del film.»

«Non sono un cinefilo. Ho visto molti film da giovane mentre scoprivo il cinema, tra i 16 e i 25 anni: film muti, film americani, film della Nouvelle Vague… Ora mi sembra d’aver pagato il mio tributo di cinefilo: naturalmente amo ancora il cinema, ma ci vado molto meno.»

«Oggi il pubblico è più impaziente; è stato educato dalle serie americane. I film di genere forse non sono più molto amati dal pubblico. Ma non conosco bene lo stato attuale del cinema.»

«Non so perché i film piacciano. Io non riguardo mai i miei film, quindi non so che impatto possano avere sullo spettatore. In ogni caso cerco di non avere mai paura del ridicolo nelle mie opere, e forse è per questo che molti hanno ritenuto Pola X un film grottesco.»

«Credo che le limousine siano molto affascinanti: hanno un fascino erotico e sembrano fatte per essere guardate, ma al contempo non mostrano chi si trova al loro interno; sedere in una limousine è come trovarsi in una bolla virtuale.»

«Quando iniziai a girare film, a diciassette anni, avevo la più grossa macchina da presa che ho mai usato; ora sono molto piccole e ci si sente meno potenti.»

«Vita e cinema sono indissolubilmente legate. Vedo il cinema come un’isola dalla quale è più facile guardare la vita. Quando l’ho scoperto, negli anni Ottanta, ero molto riconoscente d’aver trovato un mondo dove vivere, e creavo le mie opere con gratitudine e amore.»

«I film non sono sogni, è la proiezione ad essere un sogno. È un’esperienza molto forte per un bambino scoprire il cinema: sei solo in una sala buia, con gente che non conosci… e dietro a te c’è la macchina da presa che proietta su un grande schermo…»

«Adoro il montaggio. Il problema è sapersi fermare: a un certo punto bisogna finire per forza. Durante il montaggio si pensa per la prima volta allo spettatore: a volte si fa un film per dei morti, ma durante il montaggio si deve pensare ai vivi. Però quando il film esce in sala per la prima volta mi sento come se cercassi degli spettatori che sono assenti: come se qualcuno tra il pubblico mancasse all’appello.»

«I miei ultimi film, il cortometraggio Merde e il lungometraggio Holy Motors, hanno un registro farsesco che prima non usavo. Se non avessi trovato questo nuovo modo d’esprimermi forse non lavorerei più: tra i quaranta e i cinquant’anni ho girato in totale 40 minuti di film.»

«Il mio rapporto con la bellezza è eccellente e cambia nel tempo. Da giovani la ricerca della bellezza è sentita come un obbligo da perseguire a qualunque prezzo, oggi invece la cerco e trovo in cose che forse non sono belle per gli altri. Ma il maggior mistero per me è il gusto e come differisce tra una persona e l’altra. Il cinema è l’unico posto dove sono sicuro del mio gusto: so sempre quando un film sarà importante per me – non parlo in assoluto, ma riesco sempre a capire se dal mio punto di vista il film è copiato o inventato, se è sincero e se mi interessa.»

«Incontrare Kylie Minogue è stato un miracolo. È così pura: è come una bambina che canta dalla gioia sotto la doccia. Una fata!»

«Non ho studiato cinema: far cinema è stato fin dall’inizio una sorta d’impostura; ma sentirmi un impostore mi ha arricchito molto.»

«Ho fatto cinque film con Denis Lavant, ma in realtà non lo conosco veramente. Quando lavoravo al mio primo lungometraggio ho visto delle sue foto e l’ho chiamato. È molto particolare fisicamente e io non ero sicuro della mia scelta, ma dopo aver girato il primo film mi sono reso conto di non aver sfruttato il suo potenziale: so che potrei chiedergli qualsiasi cosa a livello fisico, e credo che lavorando con me sia arrivato a tentare molte esperienze nuove. Insomma, non siamo amici, ma mi è indispensabile.»

«Quel che m’inquieta del mondo di oggi è la mancanza di coraggio, nella sua accezione sia civica che politica. Bisognerebbe insegnare il coraggio a scuola. Il mondo virtuale non aiuta certo il coraggio: uno si sente sicuro perché può nascondersi.»

«Mi hanno rimproverato di rendere le cose impossibili nei miei film, ma io volevo superare l’impossibilità. Bisogna mettersi contro quando si filma qualcosa, ma i computer non sono né pro né contro, perché non ti concedono di provare l’esperienza del tempo. Una volta filmare una scena più volte era un rischio da assumersi, perché la pellicola era costosa e non andava sprecata; oggi invece si può rifare la stessa scena decine di volte. Bisogna ricreare il rischio tramite un lavoro collegiale.»

«Avevo lavorato con Edith Scob in Les Amants du Pont-Neuf, ma alla fine avevamo deciso di tagliare le scene con lei lasciando solo le inquadrature delle sue mani e dei suoi capelli. Mi sembrava di essere in debito di un film con lei… Poi ho iniziato a lavorare a Holy Motors: avevo in testa l’immagine di un uomo in viaggio su una macchina, e pensando all’aspetto del guidatore vedevo una sorta di allegoria della morte… allora ho pensato al volto di Edith Scob.»

«Se ripenso alla mia infanzia non mi sento una persona sicura di sé, ma fin da quando ero piccolo mi sembrava di sentire una voce dentro di me che mi spingeva a vivere la mia storia. Forse è questo l’inizio del coraggio.»

Sara Groisman
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