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Blog del Direttore artistico
The Act of Killing

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The Act of Killing

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L’immagine ruba l’anima
(proverbio indio-americano)

La tragedia occorsa al popolo indonesiano con le grandi repressioni volute dal generale Suharto negli anni 1965 e 1966 era stata affrontata dal regista Garin Nugroho. Il suo film,A Poet, adotta la prospettiva di un sopravvissuto per raccontare un’esperienza claustrofobica che diviene la metafora di uno stato d’essere. Questa scelta aveva prodotto un’opera vibrante dalla retorica lineare e ben definibile nei parametri etici consolidati: un film in cui la posizione del cineasta era stabilita e condivisa senza possibilità di equivoci. The Act of Killing sceglie di affrontare quegli stessi accadimenti (così importanti per comprendere l’identità ferita di una società multietnica) da un’ottica diversa e, per così dire, più pericolosa. Protagonisti del film sono, infatti, due tra i più feroci esecutori degli omicidi che da quegli anni a oggi sono stati perpetrati impunemente. Ad Anwar Congo e al suo più giovane collega, Herman Koto, i registi hanno chiesto di rimettere in scena alcuni dei loro assassini, mescolando realtà e il loro immaginario (nutrito del cinema popolare degli anni Sessanta).

Giocando tra adesione e distanza, tra grottesco insito nella scena e il paradosso di una società che celebra i suoi assassini, The Act of Killing cerca di dare risposta a uno dei quesiti più spinosi del cinema documentario moderno. Ossia: come filmare un assassino senza inscatolare la sua immagine in una figura tanto terribile quanto irraggiungibile. E’ possibile scegliere un assassino come soggetto di un documentario senza per questo ridursi a fare un film “contro”?  Questo un dilemma su cui registi come Werner Herzog (nella serie sui condannati a morte) ed Errol Morris (in Mr Death) si sono confrontati – non è un caso che entrambi figurino tra i produttori esecutivi del film. The Act of Killing va però oltre il ritratto di due figure, disturbate e disturbanti. Joshua Oppenheimer e i suoi co-registi (Christine Cynn e un altro rimasto nell’anonimato) si avvalgono dell’immaginario di Anwar Kongo e Herman Koto per arrivare a colpire un’intera società. Una società che non solo sembra aver assimilato le violenze brutali di quegli anni, ma che ha legittimato la presenza di eserciti paramilitari fino a farne un pilastro del proprio status quo. Una frase ricorre, quasi un mantra, nel corso del film: i gangster sono uomini liberi, liberi di compiere azioni non concesse alle truppe regolari. Essi sono dunque liberi ma necessari allo stato, che di fatti li protegge e li coccola.

Registi e più spesso attori (visto che nessuno vuole recitare per loro) delle loro stesse atrocità, Anwar Kongo e Herman Koto finiscono per diventare le ridicole marionette di una tragedia ridotta in soap-opera. La versione lunga del film – presentata e premiata a CPH DOX – esalta (beyond any reasonable doubt) la consapevolezza che gli stessi hanno del loro status. Costretto a rivedere la propria messa in scena e a rendersi conto che la sua immagine di attore è altro dal suo essere, Anwar Kongo precipita in un abisso in cui finzione e realtà, tragedia e grottesco fanno tutt’uno. Film tutt’altro che lineare e univoco,The Act of Killing richiede più visioni e disturba lo spettatore più che rassicurarlo. Il rapporto d’influenza reciproca tra immagini e realtà, lo scarto che sempre sussiste tra ricostruzione e ricordo, il fenomeno di raddoppiamento tra testimonianza e recitazione formano alcune delle linee di sviluppo di questo film, i cui eco vibreranno a lungo.

Carlo Chatrian

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