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Tra macerie e memorie

Tra macerie e memorie

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Quello che non c’è. Più. Il sangue. Il sangue versato in passato. Il sangue raggrumato tra le macerie… L’Aquila, la città devastata dal terremoto, diviene la metafora attraverso cui leggere un paese, la lente a partire dalla quale vicende incommensurabili, dolori diversi e affini possono essere trattati. Il terremoto che devasta il corpo di una città come accade con certe malattie: dopo essersi immerso nell’afflato poetico di Rimbaud, in Amore carne, Pippo Delbono alterna conversazioni con sua madre, cattolica fervente, all’incontro con Giovanni Senzani, ex-leader delle Brigate Rosse e strano compagno di viaggio in questo film in bilico tra malinconia a tono profetico. Con la libertà che gli è propria, Delbono mescola materie disparate, un viaggio surreale in Albania e la canzone del “Comandante Che Guevara”, una confessione di Senzani un mattino su una collina ligure e la lettera della moglie di questi al regista. La voce detta i raccordi, ma qui forse più che altrove il film si apre ad accogliere gli estremi di un paese che ancora non si ritrova.

Sangue parla di sopravvissuti, di uomini che camminano soli su strade notturne. Il videofonino dell’attore-regista, così sensibile nel cogliere le increspature dell’animo, capta qualcosa che è nel fuoricampo. Il tono è già dichiarato nella prima sequenza, un funerale. Si inizia dalla fine, non per tematizzarla, ma per affrontarla. Ad armi impari. Sangue è giocato sulle disproporzioni tra intenti e risultati, tra l’enormità di ciò che è in palio e l’aleatorietà delle azioni di cui si dispone. Così è la vicenda di Giovanni Senzani. Così è la madre di Pippo Delbono, filmata nei suoi ultimi giorni di vita, tra la fede incrollabile e piccoli momenti di tenerezza rubata (la telefonata al nipotino resta tra le cose più dolci di quest’edizione).

Carlo Chatrian
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