EN IT
test
News from the Locarno Festival
 

Jean-Stéphane Bron

Jean-Stéphane Bron

Share:

 

Jean-Stéphane Bron, che cosa ti ha spinto a realizzare un documentario su un politico controverso come Christoph Blocher ?
Dopo Cleveland contre Wall Street, che raccontava la storia di un processo in piena crisi dei subprimes, volevo fare un film sulle conseguenze di questa crisi. Un film che fosse una sorta di seguito di Mais im Bundeshuus, un modo di tornare sui luoghi della politica, della democrazia a qualche anno di distanza. Che cos’era cambiato? La campagna per le elezioni federali stava iniziando. I sondaggi prevedevano il trionfo dell’UDC. Ho pensato che per il cinema fosse giunto il momento di catturare, con gli strumenti che gli sono propri, Christoph Blocher, leader storico fino ad allora incontestato di questo partito.

Che immagine avevi di Christoph Blocher e che immagine ha di lui ora, se un cambiamento c’è stato?
Al di là del giudizio politico, l’immagine che avevo di lui era quella che chiunque può avere leggendo i giornali, ascoltando la radio o guardando la televisione. Ma oggi, per me, l’unica immagine che conta è quella che nasce dal film. Un’immagine che si costruisce nell’arco di 100 minuti, nella parte visibile dell’opera, ma anche nella sua dimensione più sotterranea, più oscura. La sua domanda però ne nasconde un’altra: si tratta davvero di una costruzione? Non è piuttosto una decostruzione?

Da un lato, il rischio di scadere nella caricatura. Dall’altro, il rischio opposto: trasformare Blocher in un eroe. Qual è il punto di vista che hai scelto di adottare per evitare questi scogli?
Fare questo film era un po’ tentare di risolvere un’equazione insieme umana e politica. Da quale distanza filmo un uomo di cui non condivido le idee? E quale sguardo poso su qualcuno che, nonostante questa distanza ideologica, ho voluto sondare in profondità? Perché in fondo la materia stessa del film è l’inconscio di un uomo, ciò che lo anima, che lo tormenta. I suoi slanci, le sue convinzioni, le sue contraddizioni. Ricorrendo ai codici propri della finzione, quando non del film di genere, ho voluto che questa storia acquisisse una dimensione narrativa. Ma ho anche cercato di inscrivere il percorso di Christoph Blocher in una storia più ampia. A suo modo, quest’uomo accompagna i grandi mutamenti del suo periodo storico, quello del capitalismo e della violenza che esso comporta, quello della democrazia.

4) Diversi autori della tua generazione sembrano voler tornare ad affrontare le questioni politiche, ma in modo meno dogmatico rispetto a quello delle generazioni precedenti. E tu?
Può darsi. E’ vero che negli anni Ottanta e Novanta si è prodotta una frattura, si è iniziato a indagare la sfera privata, la cellula famigliare, il corpo, la malattia, e questo grazie alla rivoluzione delle piccole videocamere digitali che hanno consentito l’esplorazione di nuovi territori, di nuovi processi creativi, e ciò su tempi lunghi. C’era sicuramente una volontà di rompere con un cinema più direttamente militante, ma questo è stato anche il riflesso di un cambiamento reale all’interno della società: la fine delle utopie collettive, il trionfo dell’individuo. Oggi c’è un evidente rinnovamento politico, una ricomposizione sotto nuove forme, semplicemente perché siamo in un’epoca nuova e dobbiamo misurarci con nuove poste in gioco. Da qui, la concezione di film che riscoprono il gesto politico, ma che al tempo stesso attingono a quel cinema dell’intimità. « L’esperienza Blocher » si inserisce in questa corrente.

Con Mais im Bundeshuus (Le Génie helvétique) hai realizzato un thriller sui retroscena del potere, focalizzandoti su un episodio parlamentare svizzero. Con L’Expérience Blocher, l’esempio elvetico può ancora una volta diventare universale, valicare i confini nazionali ?
Forse la risposta è nel film. Di sicuro questo lavoro lascia una grande libertà allo spettatore. E può essere letto a diversi livelli. Per gli svizzeri ci sarà sicuramente un effetto specchio. Però sì, la storia di Christoph Blocher racconta qualcosa del nostro tempo.

Lorenzo Buccella

Follow us