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Tempi duri per l’amore

Tempi duri per l’amore

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Che sia nel passato o nel futuro, i viaggi del tempo sono come i cavalli a dondolo della fantasia. Giocattoli maneggiati da un'infinità di persone, ma capaci ogni volta, per l'estrema varietà di possibilità narrative offerte, di metter il vento giusto ai toni della commedia. Tanto più se questo About Time segna il ritorno dietro alla macchina da presa di uno dei grandi orologiai della british comedy anni Novanta come Richard Curtis. Un autore che la geometria dei ritmi comici li ha saputi cesellare in passato, sia come creatore di personaggi divenuti icona come il Mr. Bean di Rowan Atkinson, sia come sceneggiatore di popolari pellicole-cult (da Nothing Hill e Four Weddings and a Funeral") e sia come regista in prima persona.

E se nel precedente Love Actually c'erano dieci storie che si intrecciavano contemporaneamente prima di arrivare alla fatidica data del Natale e in The Boat That Rocked il caos era organizzato nelle 24 ore pop-rock di una nave musicale, anche in questo nuovo film sono le leve temporali a sincronizzare le gag delle vicende del protagonista.

A 21 anni, Tim Lake (Domhnall Gleeson) scopre che stringendo occhi e pugni dentro un armadio può viaggiare nel passato. Un "dono" che, una volta acquisito con consapevolezza, permette – proprio come al cinema – di tornare a rigirare più volte le scene di vita che uno vorrebbe rifare. Così, mentre l'avvio è una lunga sequenza di interventi romantici per sopperire alle imbranature d'amore e per oleare i rapporti con gli altri personaggi (Rachel McAdams Bill Nighy) ben presto l'ironia di tutte queste ripetizioni differenti inizia ad allargare le sue implicazioni. E a furia di rivivere all'indietro i pezzi guasti della propria vita si rischia di non vivere più, perché a volte i ritorni hanno la traiettoria perfida di un boomerang che non preserva dai comuni dolori familiari.

Lorenzo Buccella
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