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Blog del Direttore artistico
In ricordo di Jacqueline Veuve

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In ricordo di Jacqueline Veuve

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Se la “confederazione svizzera del documentario” appare oggi un universo tanto variegato è senza dubbio in virtù della sua posizione geografica e culturale, che gli ha permesso di attingere alle varie correnti che hanno attraversato la storia del genere. Una corretta analisi non può però prescindere dal ruolo svolto da alcuni padri fondatori, capaci non solo di guardare fin da subito oltre i confini nazionali e poter elaborare in modo autonomo un linguaggio moderno ma anche di proseguire quest’attività invogliando le nuove leve a seguire il loro esempio. Tra questi un posto a parte spetta a una dolce signora dal piglio deciso e dalle idee molto chiare, Jacqueline Veuve.

Di formazione etnologa, Jacqueline Veuve decide di collaborare con due studiosi che, a partire dagli anni Cinquanta, si erano interessati alle potenzialità offerte dalle macchine da presa leggere per sviluppare e precisare le loro ricerche. Dopo le esperienze condotte in Francia con Jean Rouch e negli Stati Uniti con Richard Leacock, Jacqueline Veuve ha rivolto quel metodo verso il proprio paese, facendone il terreno di una singolare indagine. Come nel caso dei suoi maestri lo sguardo di Jacqueline è straordinariamente duttile e capace di abbinare la distanza necessaria a “comprendere” l’oggetto in questione a un afflato empatico che caratterizza il cinema moderno. Nel corso della lunga carriera, la sua prassi filmica si è evoluta in parallelo a quella delle
tecnologie, lasciando invariato però il rapporto d’affetto con i soggetti trattati. Che si tratti del cerchio ristretto della propria famiglia o di quello allargato della cultura alpina, di un’indagine sociale su un mercato di villaggio o della pratica vitivinicola che oscilla tra l’artigianale e l’industriale, Veuve ha dato forma a una singolare visione della Svizzera capace di rispecchiarsi naturalmente in un pubblico, che l’ha seguita passo dopo passo, fino a farne una della figure più note e amate. L’ultimo segno di questo affetto e dell’importanza del suo ruolo si è avuto circa un mese fa alla consegna dei premi del cinema svizzero (cui Jacqueline già provata dalla malattia non aveva potuto partecipare).

La storia di Jacqueline Veuve è legata a filo doppio con il festival di Locarno. Qui era stato presentato nel 1978 il suo primo lungometraggio, La mort du grand-père ou Le sommeil du juste, ritratto di una figura con cui si confronterà fino al 2010 con C’était hier. Tra i 12 lavori presentati a Locarno, mi piace ricordare La petite dame du Capitole (2006) un cortometraggio dedicato a Lucienne Schnegg, cassiera e memoria vivente di un cinema storico di Lausanne, il “Capitole” appunto. Raccontata attraverso poche vibranti sequenze, Lucienne è al contempo una donna resistente e uno specchio su cui Jacqueline si riflette. Innanzitutto viene fuori la manualità di un lavoro che oggi si ha la tendenza a considerare come puramente speculativo. Per Jacqueline fare cinema significa uscire di casa e sporcarsi i piedi nelle strade, poco importa se sono quelle del mercato sotto casa. Fare cinema significa andare incontro alle persone non nascondendo la propria origine e il proprio pensiero, una donna della borghesia distante dal
percorso di Lucienne e tuttavia capace di porsi in un dialogo paritario con lei.

Come Jacqueline Lucienne è soprattutto una combattente. Una donna che vive in un milieu maschile e che non rientra nel modello della femmina, madre/moglie, che ha segnato buona parte del XX secolo. Una donna che ha deciso di non stare rinchiusa tra le mura domestiche e che si confronta da pari con l’altro sesso. Lucienne è infine persona che crede nelle cose che fa e sa difenderle con tutta l’energia che ha in corpo. E il fatto che questa attività sia indirizzata verso la sala da cinema non è del tutto secondario. La sala di proiezione è il luogo cui Jacqueline pensa nel realizzare i suoi film – ed è importante sottolinearlo soprattutto perché i suoi film hanno attraversato e resistito ad un’epoca in cui il documentario non aveva altra sorte che il passaggio in Tv. Pensare il proprio film per il cinema significa porre l’accento sulle sfumature più che sull’evidenza di un soggetto, sulle tonalità più che sulla forza pura delle emozioni. Delicati, mai banali, nonostante una struttura classica che si appoggia su un discorso scritto per essere pronunciato, i film di Jacqueline Veuve vanno visti al cinema. E’ lì che la ricchezza della sua visione del modno viene fuori nel modo più completo.

Carlo Chatrian
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