News from the Locarno Festival
 

Jean-Pierre Léaud

Jean-Pierre Léaud

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Jean-Pierre Léaud, per la prima volta a Locarno….
Sì. Ora capisco Jean-Luc Godard che si è ritirato in un posto simile a questo: c’è una tale calma! Il lago, poi, è davvero riposante…

Ha visto il suo ultimo film?
Sì,  è d’una giovinezza incredibile. Vedo bene Jean-Luc in un luogo come questo, ai margini del mondo, a creare ancora, a 85 anni, provando cose nuove in 3D, realizzando delle immagini che sono molto belle. Il solo fatto di essere qui a Locarno a guardare il lago, mi permette di capire meglio il mio amico Jean-Luc.

Che effetto le fa rivedersi in un film, ragazzino di 14 anni?
Esito un po’ a rivedermi, soprattutto a rivedermi bambino. È difficile per me, perché vedete, io ho 70 anni, ma le persone vedono ancora il piccolo ragazzo di Les Quatre Cents Coups dietro di me.

È vero che negli occhi si nota lo stesso sguardo. È uno sguardo molto limpido e netto.
Sì, è il famoso sguardo di Les Quatre Cents Coups. Lo sguardo è la pietra portante per un attore. Quando si ha capito questo, il più è fatto. Certo, c’è la voce che si può affinare e anche costruire, ma lo sguardo viene prima di tutto. La voce si lavora, lo sguardo è un dono. Come il saper scrivere dei dialoghi indimenticabili.

Rivedere Les Quatre Cents Coups e poi Masculin féminin, porta a parlare della Nouvelle Vague…
Sì, anche se non vorrei che questa retrospettiva, diventi una necrospettiva. Sono molto onorato dell’omaggio e sono consapevole di essere diventato un’icona della Nouvelle Vague, al contempo il mio sguardo è rivolto in avanti, verso i film e i progetti che ancora mi attendono.

A volte però guardare indietro aiuta a meglio vedere ciò che sta davanti.
(dopo un lungo silenzio) Les Quatre Cents Coups e poi Masculin féminin, François Truffaut e Jean-Luc Godard… molti sono i ricordi che ritornano. Come potrei dire: io ho avuto un’adolescenza eccezionale, per certi versi anormale. A 14 anni incontro Truffaut, uno che faceva paura con i suoi articoli così taglienti. Di colpo mi fanno entrare ai Cahiers du Cinéma, dove conosco Godard, Chabrol… Tutto il giorno lo trascorro alla Cinémathèque française d’Henri Langlois, la sera dormo nella camera sopra a François Truffaut, che vedo partire il mattino presto… Vedo Godard in À Bout de souffle e poi assistente per Godard che mi metterà davanti la macchina da presa in Masculin féminin: è una formazione incredibile. E ancora adesso quando ci penso sono stupito di ciò che mi è accaduto. È stata una gioventù meravigliosa: è come se io non avessi conosciuto l’età adulta, passando direttamente dai 14 anni ai 70 che ho adesso. E anche ora sono felice.

Tra i film che mostreremo a Locarno c’è anche Le Pornographe. Cosa l’ha portata a lavorare con Bertrand Bonello?
Quello che ci ha messo in contatto è stato il desiderio reciproco d’esprimersi. All’epoca non conoscevo bene Bonello, ma sapevo che stava preparando un film. Leggendo la sceneggiatura ero un po’ diffidente, soprattutto rispetto alle scene di sesso. Non mi ci vedevo tanto… Come mi capitava spesso quando ero indeciso, ho chiesto consiglio a Suzanne Schiffman, che era la sceneggiatrice di François ed è stata nel suo ufficio per oltre 40 anni e che soprattutto era diventata una cara amica, forse perché entrambi avevamo sofferto lo stesso martirio dopo la morte di François. Suzanne era molto cinefila. Leggendo la sceneggiatura mi ha detto: “Jean-Pierre, dovresti ripensarci: i dialoghi forse sono un po’ grezzi, ma conoscendoti te la caverai benissimo. E la sceneggiatura non è niente male. Per quelle scene che ti mettono a disagio, poi, nessuno ti domanda di stare là e di guardare.” Seguendo il suo consiglio ho fatto il film che ha avuto un grande successo a Cannes e che ha aiutato Bonello a essere quel regista stimato che è oggi.

E a proposito di La Maman et la putain, conosceva già Jean Eustache quando ha girato il film?
Lui era uno che passava tutto il suo tempo ai Cahiers du cinéma, anche se non scriveva mai nulla; ci si ritrovava alla Cinémathèque e lì abbiamo scoperto di avere gli stessi gusti. Poi, tutt’a un tratto, ha deciso di prendermi per quel suo film. Un film che a Cannes, quando è stato presentato, è stato fischiato per un quarto d’ora. Mi ricordo: tutta la troupe in piedi e poco più in là, il pubblico e i giornalisti che ci coprivano di fischi. Incredibile! E pensa che adesso è una pellicola di culto per tutti. E la mia interpretazione non è poi troppo male, vero?

Carlo Chatrian
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