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Edgar Reitz

Scene from Die andere Heimat – Chronik einer Sehnsucht by Edgar Reitz, 2013

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Quando, nel 1967, realizza il suo primo lungometraggio Edgar Reitz ha 36 anni; non è un esordiente. Ha incominciato da adolescente a realizzare film montando spezzoni di cinegiornali che il proiezionista del suo villaggio nell’Hunsruch gli regalava; trasferitosi a Monaco si dedica al teatro, passando poi per esperienze nel cinema industriale e pubblicitario. In parallelo, insieme a Alexander Kluge, si fa carico di creare le basi, gli strumenti giuridici ed estetici per sostenere quello che in Francia negli stessi anni si inizia a chiamare cinema d’autore. Autodidatta, Reitz ha lottato a lungo per superare la mancanza di una tradizione cui ispirarsi. Preso atto che tutti i maggiori registi tedeschi (Lang, Ophuls, Lubitch…) lavorano da tempo all’estero e che sul cinema nazionale pesa ancora una struttura antica come l’UFA, incapace di produrre nient’altro che cinema commerciale, Reitz si è creato una propria koiné di autori da cui prendere spunto. Il suo cinema di riferimento resta quello muto, il cinema giapponese o la Nouvelle Vague – modelli con cui non smetterà di confrontarsi. Autodidatta non solo nella pratica ma anche nelle modalità di visione, al pari di molti altri registi della sua generazione, Reitz ha vissuto l’esperienza della sala cinematografica come il luogo in cui si costruisce quel concetto impalpabile ma così centrale di comunità. Idea che i suoi colleghi tradurranno nell’immagine di una banda, di un gruppo. Lui, nella figura di una famiglia a cui darà un nome (Simon) e un luogo di residenza (Schabbach).

Questi dettagli, prelevati da una biografia ricca e articolata servono a mostrare come il progetto Heimat – esempio ormai unico e inimitabile nella storia del cinema, a cui però non si riduce la filmografia del regista – non nasca solo da un’idea geniale o da un movimento di rifiuto delle modalità convenzionali di produzione. Nonostante elementi di frattura con i film realizzati precedentemente, Heimat è l’inevitabile conseguenza di un percorso. O meglio: il suo completamento. L’ideazione della storia di una famiglia immaginaria nel contesto reale dell’Hunsruch, regione in cui culture, lingue, religioni si sono spesso sovrapposte, e la volontà di seguirla nel corso del tempo risponde a un percorso di riflessione condotto tanto sul cinema quanto sulla propria storia, sulla società che il cinema inevitabilmente rappresenta e su quella pellicola ideale fatta di visioni sedimentate nel corso degli anni. Spunti biografici e riferimenti letterari o cinematografici nutrono incessantemente tutti i fotogrammi di tutti gli Heimat realizzati da Edgar Reitz. Ogni Heimat poi declina una propria estetica che scaturisce da un accordo tra il tempo raccontato e l’epoca in cui il film è realizzato.  Visto nel suo complesso, Heimat è tanto il grande racconto di un popolo quanto un viaggio nel secolo del cinema, la radiografia di oltre un secolo di una famiglia tedesca e lo specchio di oltre trent’anni di evoluzione del linguaggio cinematografico.

L’ultimo volet – realizzato per la prima volta con la tecnologia digitale – è forse il migliore esempio di come Edgar Reitz non si ripiega mai sull’idea di un progetto consolidato ma lo metta ogni volta alla prova di una nuova estetica. Die andere Heimat – Chronik einer Sehnsuchtè in tutti i sensi un “altro” Heimat. Altro, nel senso di alternativo e ulteriore. Un racconto ambientato in un’epoca in cui il cinema era di là da venire, che si fa omaggio al cinema stesso. Un film che pensa il cinema come un Heimat – forse già perduta nel momento in cui la si racconta. In un’epoca in cui crescono derive nazionalistiche e separatismi, questo lavorosi offre come uno straordinario laboratorio attorno a cui pensare il concetto di casa-patria. Die andere Heimat – Chronik einer Sehnsuchtha poi il pregio di declinare tale idea collegandola da un lato all’amore per i libri, dall’altro a un’epoca in cui l’Europa tutta era terra d’emigrazione. A chi scrive infine questo Heimat è apparso il più poetico ma anche politico di tutti, confermando come Edgar Reitz sia un autoretrai più originali e coerenti del cinema mondiale. Una voce che andrebbe continuamente ri-ascoltata.

Carlo Chatrian

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