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Cosmos – Vagabondi nel cosmo

“Cosmos” – Andrzej Zulawski

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Tornato alla regia 15 anni dopo La Fidélité, Andrzej Zulawski sceglie uno degli autori più difficili da rappresentare e un testo che mette alla prova per la continua invenzione verbale e per gli scarti narrativi. Cosmos – scritto 50 anni fa da Witold Gombrowicz, quattro anni prima della sua morte – è una di quelle opere che creano una sorta di vertigine da abisso.

Zulawski mette da subito le cose in chiaro: bastano pochi minuti per far capire allo spettatore che non siamo nel classico adattamento di un romanzo borghese, ma che l’arrivo del giovane Witold nella casa che lo ospiterà è la porta d’accesso a un universo stra-ordinario. Un mondo dove passerotti vengono impiccati, dove strane frecce prendono forma sui soffitti delle stanze, dove la televisione rigorosamente accesa a ogni pasto trasmette incessantemente immagini di guerra, dove la seduzione e il ribrezzo si danno la mano. Il tenue filo della detection – scoprire chi è l’autore di questi segni – diventa una metafora per parlare di linguaggio. Si veda al riguardo la geniale tirata del pater familias.

Più che rifarsi all’attrazione che la semiotica rivestiva per Gombrowicz, Zulawski sembra voler parlare di come la realtà resista al percorso d’imposizione di un significato proprio dell’homo sapiens sapiens. Il suo Cosmos è un film enigmatico che si apre a una sorta di “follia visionaria”; per fare un paragone matematico è come se ci conducesse in un mondo retto da una geometria non-euclidea. Per chi accetta di fare il passo e percorrere i 103 minuti del film, le illuminazioni, tanto visive quanto verbali, saranno continue e di notevole potenza. 

Carlo Chatrian

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