News from the Locarno Festival
 

Ruth Dreifuss: Locarno, mon amour

Ruth Dreifuss: Locarno, mon amour

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La prima volta 60 anni fa. Poi è diventata spettatrice fedele. L’ex-consigliera federale ci racconta la sua Locarno che questa volta la vedrà impegnata anche nel ruolo di giurata per la Semaine de la critique.

"La prima volta che sono stata a Locarno risale a 60 anni fa, portata dalla mia famiglia ad assistere a una proiezione al Grand Hotel. Poi ci sono tornata ogni volta che potevo e negli ultimi vent’anni non ho perso un’edizione, perché per me il cinema è una vera e propria passione”. Un amore verso il mondo del grande schermo che per l’ex-consigliera federale Ruth Dreifuss a Locarno si è fatto consuetudine, perché pochi posti come il Festival permettono in uno spazio di tempo così concentrato di stimolare le proprie curiosità cinematografiche, andando a scoprire anche film provenienti da tutto il mondo che spesso, pur essendo di qualità, faticano ad arrivare nelle nostre sale. Un vero e proprio tesoro culturale che mette radici in Ticino ma la cui portata va ben oltre i confini di Piazza Grande.

Il Festival è una manifestazione importante per il Ticino, ma lo è anche a livello nazionale, perché rappresenta qualcosa che va a rafforzare la coesione del nostro paese. In fondo, Locarno testimonia quanto il Ticino giochi un ruolo centrale per la Svizzera, anche se, a volte, per altre questioni, può sembrare che resti in posizioni più laterali. Ma il Festival, naturalmente, è importante anche per quella valenza internazionale che l’ha segnato fin dall’inizio e che ancora oggi mantiene con forza. Del resto, la sua storia parla chiaro: Locarno è una terra di scoperte, perché ha sempre tenuto accesi i propri radar nei confronti delle più disparate cinematografie.

A proposito di queste scoperte, ce ne sono state alcune, nei suoi tanti anni vissuti da spettatrice, che hanno rappresentato dei veri e propri colpi di fulmine?

Potrei fare molti esempi, ma visto che è scomparso recentemente, il primo nome che mi salta in mente è quello dell’iraniano Abbas Kiarostami, che ci ha aperto gli occhi verso un universo dalla grande forza visiva. Ma lo stesso vale anche per i film portati a Locarno da un’altra figura autoriale di spessore come il polacco Andrzej Wajda. Senza dimenticare tutti quei film sperimentali, soprattutto nel campo dei documentari, che hanno battuto territori cinematografici inusuali. Ricordo con piacere le oltre cinque ore di proiezione con cui Peter Watkins ha ricostruito le fatidiche settimane della Comune di Parigi del 1871.

Rimanendo nel campo dei documentari, lei quest’anno tornerà a Locarno anche nelle vesti di giurata della Semaine de la critique…

E la cosa mi fa molto piacere, perché io sono sempre stata una spettatrice fedele di quella sezione, perché la selezione dei documentari che propone è sempre di alta qualità. Poi, va da sé, esser lì a dover giudicare i film – mi è già capitato in passato – ti fa capire come non esistano criteri assoluti per decidere quale film sarà il più meritevole. Ognuno dà un peso diverso di fronte alle stesse immagini, per cui è più che naturale che all’interno di una giuria si aprano discussioni, innescate da sentimenti differenti, se non a volte contrapposti. Ma il bello è anche quello: dover arrivare alla fine a decisioni condivise.

La condivisione, in fondo, è una parola chiave del Festival, soprattutto se si estende il concetto al grande pubblico che viene sempre calamitato a Locarno. Vale per la Semaine della critique, ma vale anche per tutte le altre sezioni, fino all’esempio evidente di Piazza Grande.

E questo perché Locarno non è soltanto un Festival, ma è anche una festa popolare, proprio grazie all’atmosfera conviviale che si respira durante la manifestazione. È una sua caratteristica fondamentale. Il fatto – come vien detto spesso – che in Piazza Grande si possano trovare seduti accanto personalità del mondo politico e semplici turisti è un po’ a immagine e somiglianza della Svizzera, dove si può vivere in modo normale. A me, per dire, piace molto e mi capita spesso durante il Festival di parlare con gente che non conosco. Persone magari incrociate così, mentre si aspetta di entrare in una sala o all’uscita di una proiezione.

Fermo restando che la qualità delle sue proiezioni non può rinunciare a una precondizione di partenza: l’indipendenza del Festival nelle sue scelte artistiche.

Ma la cultura non può nemmeno esistere senza indipendenza. Al massimo, il compito della politica è quello di proteggere quella indipendenza, di difenderla da quelli che magari vorrebbero interferire. Ma devo dire che in tutti gli anni in cui ho seguito Locarno da consigliera federale non ho mai assistito a tentativi di ingerenza della politica nella programmazione.

Una programmazione che soprattutto negli ultimi anni riesce a collegare la presenza di star o maestri della storia del cinema e i talenti che si affacciano sulla scena contemporanea.

Mi sembra un cocktail molto buono. Tanto più se non vedi queste figure importanti della storia del cinema solo durante le presentazioni serali in Piazza Grande, ma anche di giorno negli incontri pubblici delle Masterclass dove la presenza si fa più ravvicinata ed emozionante. E da questo punto di vista, devo dire che io sono molto affezionata anche alle retrospettive di Locarno, là dove puoi riscoprire grandi autori come Sam Peckinpah con uno sguardo d’insieme sulle loro opere. Forse l’unico rammarico è che le sale dedicate alla retrospettiva siano piccole rispetto al pubblico che vorrebbe entrarci, ma sono sicura che quando sarà pronta la nuova Casa del Cinema, la situazione non potrà che migliorare.

 

Lorenzo Buccella

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