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Intervista a Stefania Sandrelli

Leopard Club Award 2016

Stefania Sandrelli

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© Marco Rossi – Courtesy S. Ferragina

Torniamo alla radice di quello che è stato un vero e proprio destino cinematografico. Con un’entrata dalla porta principale. Debutto a 15 anni e subito trovarsi di fronte a registi come Pietro Germi e attori come Marcello Mastroianni…

Ricordo ancora benissimo il viaggio in treno fatto da Viareggio a Roma per partecipare al provino di un regista come Pietro Germi, di cui io conoscevo già i film. Avevo solo 15 anni, ma quando mi sono trovata davanti a lui non ho avuto alcun batticuore. Mi aveva chiamato dopo aver visto alcune mie fotografie, ma non mi scelse subito, mi fece aspettare più di un mese, tempo in cui iniziai a lavorare ad altri due film, Gioventù di notte e Il federale. Poi quando partirono le riprese di Divorzio all’italiana, sempre nel 1961, ero talmente affascinata dalla presenza di Marcello Mastroianni che mi ritrovavo a spiarlo di continuo. Aveva un carattere indolente, riusciva ad addormentarsi durante la seduta del trucco eppure rimaneva sempre al tempo stesso sornione. Un vero gentleman, così protettivo nei miei confronti, visto che allora ero solo una ragazzina e iniziavo a prendere coscienza del mio aspetto fisico soltanto attraverso lo sguardo degli altri.

 

Con Pietro Germi poi lei lavorerà in più film. E lo stesso farà con Bernardo Bertolucci, Ettore Scola, Mario Monicelli. Rapporti di lunga durata…

Forse tutto nasce dal fatto che mi sono sempre considerata come un elemento di un’orchestra che per suonare aveva bisogno in primo luogo di un bravo direttore. E tutti quei registi lo erano, anche perché riuscivano a immettere nel loro lavoro una carica di passione che avvertivi pienamente anche sul set. A volte Germi, quando si metteva dietro la macchina da presa, seguiva le scene, partecipando, ridendo, cantando. E mi ricordo una volta con Bernardo Bertolucci: stavamo girando delle scene notturne per Io ballo da sola, iniziò ad albeggiare e lui si arrabbiò come un bambino. Era talmente preso dal suo lavoro che gli dispiaceva così tanto doverlo interrompere.

 

A proposito di Bernardo Bertolucci, al Festival riproiettiamo un capolavoro come Il conformista

È un film a cui sono molto legata per tanti motivi. E uno di questi è l’aver condiviso il set con attori verso cui ho sempre nutrito stima e affetto. Per Jean-Louis Trintignant, ma anche per  Dominique Sanda. Su un set non è che conti l’amicizia tra colleghi, ma il tipo di relazione che si crea è qualcosa di fondamentale anche per l’esito del film. A volte l’affiatamento nasce anche da uno sguardo, da una gentilezza d’animo fatta in un momento in cui l’altro si trova in difficoltà. Io lo dico sempre: pur avendo esordito in un periodo di pieno divismo del cinema italiano, io non ho mai voluto né cercato di essere una diva. Mi è sempre interessato cercare un rapporto di vicinanza con le donne che rappresentavo e non a caso una delle cose di cui sono più orgogliosa è l’affetto che ho sempre ricevuto dal pubblico femminile.

 

Tutto questo in un periodo in cui erano i grandi attori internazionali che venivano in Italia a recitare. Lei ha lavorato con Dustin Hoffman, Robert De Niro, Gérard Depardieu, Philippe Noiret…

Ho avuto la fortuna di lavorare con questi grandi attori, ma anche con grandi registi francesi come Jean-Pierre Melville e Alain Corneau. Poi, certo, da questo punto di vista, l’esperienza fatta per Novecento con Robert De Niro, Gérard Depardieu, Burt Lancaster, Donald Sutherland resta qualcosa di irripetibile per il legame che si è instaurato tra set, cene in compagnia e buon vino. Ma non solo. Il film aveva una portata storica ed era coinvolgente anche per i forti temi antifascisti che toccava. Ricordo che nella scena notturna in cui il mio personaggio doveva andare in giro per il paese a dire a tutti che i fascisti avevano bruciato la Casa del popolo e alcuni vecchietti erano morti, io ho pianto a ogni ciak. Al cinema per un attore il pianto è sempre un’arma a doppio taglio. Ma io lì mi commuovevo ogni volta.

 

Rimanendo in tema, quali sono le armi a cui un attore non dovrebbe mai rinunciare?

Prima di tutto, quella piena disponibilità nei confronti del cinema che va oltre il film o il ruolo che s’interpreta. Ci devono essere gioia, passione, ma anche quel coraggio che ti permette di fare scelte non scontate. Come il mio ruolo nel film La chiave di Tinto Brass. Sapevo che le scene di nudo l’avrebbero fatta da padrone, ma quando ho letto la sceneggiatura sono stata intrigata dall’ironia che si respirava. Per un attore il film è prima di tutto una sceneggiatura, che la pellicola deve sempre superare. Anche il fatto di non prendersi troppo sul serio è una dote fondamentale per difendere il bambino che c’è in noi.

 

Lorenzo Buccella
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