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Intervista a Josef Hader

Piazza Grande

Josef Hader, questa sera tornerà in Piazza Grande, dove nel 2000 era stato proiettato Der Überfall, che le valse il Pardo per la migliore interpetazione maschile insieme a Roland Düringer e Joachim Bissmeier. Cosa ricorda di quell’esperienza?

Ho un ricordo bellissimo della proiezione serale, la migliore della mia vita. Da un lato naturalmente per via della Piazza Grande, dall’altro perché la nostra tragicommedia austriaca era sottotitolata in modo incredibilmente laconico in inglese, e questo la rendeva due volte più divertente che nella versione originale. Gli austriaci usano sempre cinque frasi per fare una battuta, mentre in inglese ne bastavano meno di tre… Dopo quella bella esperienza, il premio è stato un piacevole “bonus track”.

 

Le è stato utile, per calarsi nei panni di Zweig, il fatto di aver studiato per un periodo germanistica?

In realtà ho smesso di studiare germanistica perché mi è sembrata un metodo molto grossolano per capire perché gli uomini si chiudano in studio a scrivere… Certo, la germanistica come disciplina è necessaria… per i germanisti. Credo che, per studiare la letteratura così come per interpretare un personaggio storico, l’essenziale sia l’intuizione.

 

E com’è stato calarsi nei panni di un mostro sacro come Zweig?

Naturalmente la nostra è una proiezione: nessuno sa come era veramente Zweig. Buono è che di lui esistono dei brevi filmati, così sappiamo come si muoveva e parlava. Senza non sarei stato capace di interpretarlo. Però Maria mi ha dato una tale fiducia che ho deciso di impersonare quest’uomo dalle tante sfumature, interiormente frantumato.

 

E il fatto che Maria Schrader sia un’attrice l’ha aiutata nell’approcciarsi al lavoro?

Maria sa molto bene che i ruoli si sviluppano prima di girare, quindi si è presa settimane per incontrarmi a Berlino e parlare del personaggio. Durante le riprese, poi, era un’autrice rigorosa che sapeva molto bene cosa voleva.

 

Lei è soprattutto noto come cabarettista e per i suoi ruoli comici; come si è trovato a immedesimarsi in una figura dai risvolti tragici come Zweig?

Fin dalla prima lettura della sceneggiatura ho notato che la figura di Zweig aveva aspetti tragicomici. Questo mi ha rafforzato nell’idea di fare il film. La cosa davvero nuova e difficile per me è stata piuttosto interpretare qualcuno che è vissuto in un altro tempo, parlando una lingua che è diversa da quella di oggi.

 

Uno dei temi centrali del film è il rapporto tra arte e politica, con la questione: l’arte deve essere impegnata? Lei, in quanto artista, cosa ne pensa?

Credo che l’artista non ha più degli altri cittadini il compito d’essere attivo politicamente. Penso che la democrazia come la conosciamo vive del fatto che i cittadini prendano posizione attivamente, e l’artista, secondo me, deve sentirsi responsabile tanto quanto gli altri. 

 

Sara Groisman

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