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Blog del Direttore artistico
Una retrospettiva tutta da scoprire

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Una retrospettiva tutta da scoprire

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© Deutsches Filminstitut - DIF

Fedele a un meccanismo drammaturgico consolidato, la critica cinematografica ha dato forma a una storia del cinema pensata a partire da discontinuità, facendo seguire o precedere età d’oro a periodi bui. La generalizzata e corretta messa in evidenza della ventata di nuovo portata dalle “nouvelles vagues” ha così finito spesso per oscurare il cinema direttamente precedente, tacciato di provincialismo, di essere poco creativo e succube di esigenze commerciali.

L’equazione cinema indipendente = cinema d’autore è tanto semplice quanto naturale e, come tutti gli assunti accettati acriticamente, nasconde molte insidie, non ultima quella di passare a lato del film. Tuttavia non è tanto il concetto di “autore” o la sua messa in discussione a interessarci quanto quello di pratica cinematografica, attività che coinvolge un gruppo di persone e investe un pubblico, dando forma a dei desideri, modellando quello che diventerà un immaginario, instaurando un dialogo mai scontato con quel processo inesausto di formazione di un’identità collettiva. Preso in tal senso il cinema tedesco del secondo dopoguerra racchiude una delle storie più interessanti da raccontare.

Uscita a pezzi dal conflitto e diventata un territorio da controllare, se non da spartire, la Germania si trova a dover ricostruire se stessa a partire dalle proprie ceneri. La produzione cinematografica è, come spesso accade, lo specchio di un paese. Nel 1946 sono 5 i film prodotti; sette anni più tardi saranno 103. Ciò che le cifre non raccontano è l’esplosione di una cinematografia capace di cavalcare i generi più diversi, mettendo a frutto quella koiné linguistica che, a inizio secolo, aveva fatto di città come Vienna o Berlino dei propulsivi centri di produzione di cultura. La Germania dell’ovest, forse molto più della sua sorella orientale, diventa in questi anni il laboratorio di una possibile industria europea che non rifiuta il modello americano ma cerca di adattarlo alle esigenze di un paese in ricostruzione. Di qui la scelta di tracciare un quadro del cinema tedesco negli anni di Adenauer (1949/1963), il cancelliere di stato che con mano ferma ha pilotato la ricostruzione del paese.

E’ questa un’epoca il cui cinema – se si escludono pochi casi ­– è oggi largamente ignorato anche dagli stessi tedeschi; tuttavia proprio in quegli anni la produzione cinematografica ha svolto un ruolo importante nel consolidare un’unità nazionale e nel dare forma ad alcune figure fondatrici. Dietro l’espressione denigratoria “Papas Kino”, con cui il nuovo cinema tedesco ha liquidato quella produzione, si nasconde una realtà molto più complessa e variegata. Basta un film come Am Tag als der Regen kam (1959, Il diavolo uccide così?, nell’incomprensibile traduzione italiana), singolare “Trümmer film”, per rendersi conto di come quelli che saranno considerati i papà da liquidare s’interrogavano invece in modo drammatico sul paese che veniva consegnato ai giovani. Che si tratti di commedie o di noir, di film musicali o di drammi, il cinema tedesco degli anni Cinquanta non solo rivela la presenza di un’industria solida, capace di produrre racconti per un pubblico in formazione, ma anche un singolare gusto per la commistione tra pratiche alte e basse, innestando anche in quelli che appaiono puri intrattenimenti modalità di riflessione sull’identità nazionale. Mentre la politica guardava soprattutto a Ovest, il cinema di quegli anni appare più sfumato, capace di accogliere registi provenienti dall’est e trattare del difficile rapporto con l’altra Germania o con l’eredità della guerra. Calcando il terreno dei generi, che danno una sicura cornice a racconti dalle ispirazioni più disparate, il cinema tedesco occidentale arriva a trovare una propria strada per affrancarsi dal dominio economico americano. Anche per questo insieme ai curatori abbiamo deciso di includere alcune opere prodotte nella Germania dell’Est ma girate o ambientate nell’Ovest. Der Hauptmann von Köln (1956) – il cui regista è quel Slatan Dudow, autore di Kuhle Wampe (1932), considerato da Brecht il film più fedele alle sue teorie sul cinema – ad esempio rivela una lucidità unica nel guardare al percorso di ricostruzione della Germania dell’ovest e la sua continuità con il passato nazista; affiancarlo poi a un’opera popolare come Die Trapp-Familie in Amerika (1958) farà emergere imprevedibili affinità, ad esempio, nella critica verso una società basata sul denaro.

Accanto ai nomi riconosciuti e citati dalle storie del cinema, come Helmut Käutner o Wolfgang Staudte (autore di uno dei film più singolari del dopoguerra, Die Mörder sind unter uns, 1946), la retrospettiva intende far scoprire altre figure altrettanto importanti nel dare forma al cinema di quegli anni. Grazie al lungo e accurato lavoro di ricerca di Olaf Möller, cui si affianca con la consueta precisione e competenza Roberto Turigliatto, la retrospettiva proporrà una rassegna capace di includere tanto il film commerciale quanto l’esordio d’autore, per finire con una ricca presenza di cortometraggi. L’idea di fondo è di proporre questa decade come un’epoca cerniera, una sorta di punto di convergenza tra pratiche ed esperienze diverse. Insieme ai citati modelli, la Repubblica Federale Tedesca vede il ritorno di alcuni grandi maestri, come Fritz Lang, Max Ophuls, Robert Siodmak o Georg W. Pabst, l’esordio di registi che segneranno il cinema a venire, come Edgar Reitz o Jean-Marie Straub, la realizzazione di un unicum cinematografico, Der Verlorene, di Peter Lorre, su cui avremo modo di ritornare, e il passaggio di autori impegnati nella cosiddetta ri-nascita del cinema europeo, come gli italiani, Rossellini e De Sica. Sebbene ancora in via di definizione, il programma non ricerca un’impossibile esaustività; come è accaduto con il progetto Titanus, pensiamo che questa retrospettiva abbia il compito di aprire una porta, definendo un territorio che siamo certi ha ancora molto da rivelare. In tal senso ci conforta il gran numero di istituzioni internazionali che si sono dette fin da subito interessate a riprendere o, forse sarebbe meglio dire, completare il programma, segno di un interesse verso un cinema così vicino – culturalmente e linguisticamente – e tuttavia ancora lontano, in termini di accessibilità e riconoscibilità.

Carlo Chatrian

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