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Fuori dalla gabbia

Histoire(s) du cinéma: Locarno70

Fuori dalla gabbia

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Dalla quotidianità non c’è scampo. Soprattutto se noi stessi, costretti dentro le istituzioni che la società ha creato, non abbiamo intenzione di uscirne. 

Nel suo film datato 1989 Michael Haneke ha scelto, con il solito sguardo da entomologo, di mettere in scena la gabbia oltre che gli animali umani che la popolano. Forse anche più della famiglia protagonista in Der siebente Kontinent (The Seventh Continent) a contare sono gli oggetti, le macchine che circondano i personaggi e a poco a poco li asfissiano. Nel silenzio assordante di figure impossibilitate a comunicare allora a dominare è il suono del contesto monotono, artificiale, straniante.

Come molto spesso è accaduto nel suo cinema, il regista prende di mira l’istituzione primaria della famiglia e la attacca dall’esterno, minandone le fondamenta. I tre componenti che vorrebbero partire per l’Australia restano invece imprigionati dentro le mura domestiche, credendo, ingenui, che sia una loro scelta chiudersi tra esse. In realtà, e questa è una costante del cinema di Haneke, a dominare è invece sempre la sovrastruttura in cui il singolo viene imprigionato, in cui crede erroneamente di poter trovare senso e libertà. Prima di sviluppare lo stile asciutto e potente di opere future come Funny Games o La Pianiste, Haneke tenta con questo film soluzioni estetiche più ardite, che lavorano soprattutto con i tempi differenti del montaggio. Der siebente Kontinent comincia con dettagli (apparentemente) neutri e innocui di una macchina all’autolavaggio e si chiude con una sequenza impazzita di oggetti, volti, situazioni che si mescolano nel marasma immobile del nostro oggi. Il film vince il Pardo di bronzo proprio qui a Locarno.

Adriano Ercolani
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