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Il Monte delle Formiche

Concorso Cineasti del presente

Il Monte delle Formiche

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Esiste un’Italia forse perduta, che più sembra arcaica, lontana e minima, più è cosmopolita, avventurosa, malinconicamente innamorata della bellezza. La natura, intesa come grande e saggia madre, ne è fedele compagna, custode di una varietà dimenticata, del gesto individuale che include tutti gli altri, il particolare che si intende naturalmente collettivo. Da qui il fondamento politico del bellissimo poema d’esordio di Riccardo Palladino Il Monte delle Formiche. Siamo in una piccola zona dell’Appennino dove ogni anno da secoli giungono da tutta Italia e dall’Europa centrale sciami di formiche alate per accoppiarsi e poi morire. Giungono nello stesso modo in cui nel film si avverano le voci da testi di Goethe, Emery, Braibanti, Maeterlinck: non a caso famosi mirmecologi, che proprio nello studio dei cosiddetti insetti sociali rinvenivano la possibilità di interrogarsi sul destino universale che comprende il ciclo della vita e della morte. Altrettanto naturalmente Palladino si riferisce ai suoi probabili maestri (da Piavoli a Straub-Huillet fino alla poesia di Attilio Bertolucci) e usa la pellicola per mimare l’idea di un repertorio entomologico che affida alla cinepresa il compito di seguire nel volo le formiche e di accompagnare i fedeli e i curiosi che partecipano alla processione della festa della natività di Maria (appunto la Madonna delle Formiche). Può il cinema avere la stessa consapevolezza che le formiche alate hanno del loro destino? Per ora, sembra dirci Palladino, la risposta è custodita nell’echeggiare del mistero e nel sogno di poterlo – se non comprendere – almeno filmare.

Lorenzo Esposito
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