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Il tempo della cura

De chaque instant - Fuori concorso

Il tempo della cura

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Prendiamo la prima inquadratura di De chaque instant. Delle mani sotto l’acqua compiono gesti ben misurati. La seconda immagine ripete la medesima inquadratura: l’azione è la stessa ma i gesti raccontano un’altra storia. In pochi istanti Nicolas Philibert non solo ci offre l’illustrazione dell’idea del film, ma ci permette di relazionarci con la stessa. Come in un film americano classico, lo spettatore trova il suo posto nel racconto, accanto alle giovani che in modo maldestro cercano di ripetere il gesto dell’infermiera. Come in un film, il racconto ci farà seguire il percorso per colmare quel gap. L’apprendimento (capitolo primo) sarà dunque seguito dalla pratica sul campo (secondo) e questa dall’analisi di ciò che si è fatto (terzo). Il primo capitolo ha il tono di una commedia, dove l’inadeguatezza tra il corpo e le intenzioni crea il racconto; il secondo è invece la scoperta che il gesto si deve adattare al corpo del paziente e al suo stato d’animo: siamo nel campo dell’azione e dell’imprevisto. Imprevisto che il regista esalta nel momento in cui, con una scelta inattesa e azzeccata, ci porta fuori dall’edificio a confrontarci con un altro tipo di sofferenza, quella mentale. Il terzo capitolo è infine il regno del melodramma, dove l’emozione prende il sopravvento. Chiamato a valutare le sue azioni e i momenti di crisi affrontati, l’apprendista si rende conto di ciò che ha fatto o non ha saputo fare. Capisce di aver passato il ponte. E noi con lui. 

Carlo Chatrian
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