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Viaggio al termine di una foresta del passato

Viaggio al termine di una foresta del passato

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Una giungla di mangrovie che si fa labirinto. Fisicamente appiccicosa per quella vegetazione esuberante che scontorna ogni sguardo, tra fiumi da guadare in canoa,  capanne di bambù isolate e incavi di spiagge isolate ai bordi dell’Oceano.

Ma anche mentale, se su quelle coste meridionali del Pacifico sono rimasti abbarbicati i fantasmi del passato di chi, come la giovane donna francese (Vimala Pons) protagonista di Mangrove, lì ha trascorso un’infanzia turbolenta e lì torna adesso a distanza di anni con il piccolo figlio al seguito. Scorre via così, lungo le cuciture intime e tortuose di un dolore mai elaborato e amplificato dall’ambiente circostante, il secondo lungometraggio del duo franco-svizzero Frédéric Choffat e Julie Gilbert che fa della densità sensoriale delle immagini e dei suoni il metronomo di un viaggio centrato sui temi del “ritorno” e del “perdono”.

Per la giovane straniera – unica attrice professionista del film - sprofondare nel cuore ostile e organico della natura vuol dire anche muoversi in uno spazio dove i confini tra passato e presente si assottigliano, così come quelli tra realtà e incubo, visto che dalla foresta saltano fuori a flash scaglie di ricordi, litigi e coltelli destinati laconicamente a ricomporre un puzzle mai pacificato. Il tutto, sotto lo sguardo muto e impassabile degli abitanti della spiaggia, qui testimoni e attori improvvisati di una deriva che passa loro a fianco.

Lorenzo Buccella

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