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I cantieri depressi del Giappone globale

I cantieri depressi del Giappone globale

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Tra immigrati, sfoghi hip-hop e lavori manovali, la pancia più scura e nascosta del Giappone. Quello rintanato nelle piccole città che a causa della recessione sono diventate una sfilata di negozi dalle serrande abbassate. E Saudade, film del regista nipponico Tomita Katsuya, con la coralità dei suoi racconti incrociati, ci trascina proprio lì, in quelle sacche urbane depresse, perlustrate dal punto di vista delle comunità di immigrati.

Dagli stranieri provenienti da altre terre asiatiche come la Tailandia al folto sottobosco di giapponesi-brasiliani, discendenti diretti delle migrazioni storiche di cent’anni fa. Non a caso, il titolo del film s’inchioda a quella parola-manifesto della nostalgia sudamericana, “saudade”, qui elevata a metafora  di una condizione di vita che sogna una terra in cui sentirsi di nuovo bene accetti. Effetti di una globalizzazione e di una crisi che inevitabilmente portano in dote un corollario di scontri razziali.

Tanto più se a cucire il racconto di ubriacature di pub, duri lavori su cantieri edili sempre più precari e business velleitari con improbabili bottigliette d’acqua disintossicanti, interviene il filo conduttore di una musica hip-hop. Microfono della scontentezza, pronto a sfidare negli scantinati dei club quelli che vorrebbero accogliere nelle rime arrabbiate da ghetto i movimenti stranieri della capoeira.

È là che si completa la svolta xenofoba di uno dei protagonisti, Takeshi (Tsuyoshi Takano), iniziata nel momento in cui, dopo la bancarotta dei suoi genitori, si è visto costretto ad accettare un lavoro da manovale. Sudando ogni giorno, fianco a fianco ai tanti di quegli immigrati, destinati a vagheggiare un ritorno al loro paese, nonostante una vita passata in Giappone.  

Lorenzo Buccella
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