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Quel che resta dopo una falsa partenza

Quel che resta dopo una falsa partenza

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La molla ansiosa di una partenza verso Parigi che stacchi definitamente la spina da una vita passata a Gerusalemme est. E il rinculo piscologico che si crea quando la macchina in procinto di raggiungere l’aeroporto compie una volontaria inversione a U per la notizia drammatica di un attentato. Rimane in bilico su questi due movimenti contrastanti Tanathur (Last Days in Jerusalem), progetto nato a Open Doors cinque anni fa e ora secondo film del regista arabo-israeliano Tawfik Abu Wael, già vincitore con la pellicola d’esordio Atash (Thirst) del Premio Fipresci della Semaine de la Critique a Cannes.

Questa volta però, a scivolare al centro delle inquadrature, è l’indagine negli ingranaggi arrugginiti di una coppia palestinese. Lui, Nour (Ali Badarni), chirurgo di mezza età, continuamente tarato sul peso delle responsabilità che la sua professione comporta, tanto da relegare in secondo piano ogni altra faccenda quotidiana. Lei, invece, Iyad (Lana Hajyahia), quasi fosse una fotocopia al contrario del marito, esponente di una borghesia di artisti, perennemente insoddisfatta della sua carriera di attrice e sempre alla ricerca di quell’angolo di palcoscenico o di vita che possa rilanciare la propria esistenza.

Due caratteri così, sorpassati a più riprese dalle dinamiche di un destino che detta i tempi e le tappe della biografia di coppia secondo le logiche forzate della necessità. Sono gli incidenti della vita a metterli insieme così com’è il vuoto delle abitudini e delle disattenzioni a sfibrare la loro complicità. E a gettare entrambi, dopo la decisione di rinviare l’emigrazione a Parigi, su binari sentimentali divergenti, destinati ad affrontare resoconti affettivi con tutto ciò che li circonda. Interstizi di intimità che il film attraversa e dilata, lasciandosi guidare da un elastico di tradimenti, rimozioni, accuse e discussioni.

Lorenzo Buccella
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