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La Foresta Nera di una gioventù abbandonata

La solitudine dei bambini. La Foresta Nera di una Germania spaccata dalla guerra. E la forza gravitazionale di una colpa nazista che finisce per incombere sul destino dei figli, soprattutto quando i padri sono ufficiali delle SS.

Temporalmente potremmo essere lì, nell’infanzia alienata di una Germania anno zero, ma ovviamente questa volta non ci sono le macerie tragiche e a caldo del capolavoro rosselliniano, bensì una delle tante riprese di quegli eventi, elaborate nella grande distanza di tempo di chi torna adesso ad affacciarsi sul tema, affrontandolo da un’angolazione morale differente.

Quello di una gioventù hitleriana disillusa dalla perdita del “padre” che lentamente e a fatica riesce ad aprire gli occhi sul mondo. Lo mette in campo – con modalità già calcate da un certo cinema anglosassone – la regista australiana Cate Shortland, che dopo l’esordio di Somersault (2004), un film sulla formazione erotica e sentimentale di una ragazza di sedici anni, rimane in ambito adolescenziale, ma spostando la propria vicenda in uno degli angoli più brucianti del secolo scorso. Siamo nel 1945, i giorni della morte del Führer, quando i falò dei documenti nazisti bruciati non nascondono il passato di chi sui dettami hitleriani aveva incardinato la vita e l’educazione dei figli.

Arrestati i genitori dalle Forze Alleate, la giovane Lore (Saskia Rosendahl) è costretta a far da chioccia ai suoi fratellini, iniziando una fuga verso la casa della nonna nell’estremo nord di una Germania, qui perlustrata nel bosco continuo di una serie di dettagli horror, seminati a indizi dell’eredità lasciata sul sangue e sul suolo.

E così, nella parabola quasi-favolistica del film, sono soprattutto gli incontri casuali del viaggio a far da didascalia al cuore malato di un paese che sembra continuare a vivere nonostante la morte apparente del suo organismo.

Uno scivolo morale che non disdegna le ambiguità da zona grigia di chi si trova costretto, per sopravvivere, a superare il muro dei pregiudizi profondamente inculcati dalla propaganda. Se un percorso di formazione c’è può solo avvenire dopo l’immersione consapevole nella deformazione di tutto quanto c’è stato attorno.

Lorenzo Buccella

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