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La contemplazione di una preghiera a occhi aperti

La contemplazione di una preghiera a occhi aperti

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Chi c’è rimasto perché sotto quelle terre sono sepolti i suoi genitori. Chi perché la debolezza della vecchiaia non elargisce la possibilità di un futuro altrove. Chi perché il paesaggio fantasma che ha davanti a sé non è altro che la fotografia ingigantita della propria solitudine.

C’era una volta un villaggio giapponese che un tempo, tra dorsali montagnosi ricoperti di alberi, fiumi e ponti di corda sospesi, raccoglieva una consistente comunità di persone. Ora, invece, il documentario Inori, realizzato dallo sguardo ”straniero” del messicano Pedro González-Rubio (autore del bellissimo Alamar nel 2010) e prodotto da Naomi Kawase, lo perlustra nella dimensione spettrale in cui è finito oggi, sotto gli effetti delle leggi della natura.

Un viaggio visivo che fa parte del NARAtive Project, per cui ogni anno un giovane e talentuoso regista viene invitato a lavorare nella prefettura di Nara, rimanendo a stretto contatto con la gente locale e servendosi di una troupe indigena. E quel che ne vien fuori è l’elegia contemplativa di un album montano di spazi vuoti a cui rimane aggrappata solo una sparuta manciata di superstiti, quei pochi che non hanno assecondato l’esodo delle generazioni più giovani verso i centri urbani.

È la loro vita, sezionata nei millimetri delle piccole pratiche quotidiane, a far da vertebra a uno sguardo che qui si carica di forti suggestioni spirituali e di racconti sui cicli della vita. Del resto, Inori vuol dire “preghiera” e, come tale, si fa carta assorbente per raccogliere le risonanze atmosferiche di chi fa della semplicità l’unico arredo alla propria esistenza.

Lorenzo Buccella
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