News from the Locarno Festival
 

Jean-Claude Brisseau, Virginie Legeay, Jem Cohen, Bob Byington

Museum Hours (Concorso internazionale)

Jem Cohen (director)

“If I should say a percentage between how much the movie was scripted and how much was improvized, I would say 50-50. Sometimes the scenes where carefully written, sometimes they were changed according to circumstances. Our strategy reflects the core of the film which is about being open to the world and the way the world and life can't be controlled”.

“My hope is that people could enjoy this movie between fiction and documentary. It goes back to the very origins of the cinema, like in the Lumière brothers' movies, without a real distinction between fact and fiction”.

“I loved very much the Vienna Kunsthistorisches Museum and its paintings which (in my opinioni) represent a channel of dialogue about life. I think that people who visit a museum become artworks themselves, creating a sort of mirror between the painting and the person who looks at it. My movie works in the same way”.

Bobby Sommer (actor)

“I really enjoyed working in this movie as actor, I simply tried to follow the natural flow of the scenes”.

 

Somebody Up There Likes Me (Concorso internazionale)

Bob Byington (Regista e sceneggiatore) 

“È un eccellente metafora Dorian Gray
ne ero cosciente quando scrivevo la sceneggiatura.”

“Il pubblico di San Francisco ha apprezzato il film.
Quando mi domandano che cosa ci sia nella valigia.
nemmeno io lo so.”

 

La Fille de nulle part   (Concorso internazionale)

Jean-Claude Brisseau (regista e interprete del protagonista)

«Mi sono detto che sarebbe stato bello tornare alle origini con un film sperimentale fatto col nulla. Per i travelling abbiamo usato una carrozzina per neonati sulla quale avevamo fissato la telecamera, e gli attori che abbiamo scelto – io compreso – sono dei dilettanti. Volevo dimostrare a me stesso che con pochissimi mezzi si può dare un’emozione, e per farlo ho scelto di raccontare una storia dove la realtà si mescola a elementi fantastici.»

«Volevo parlare del fatto che tutti viviamo in un mondo di illusioni a cui siamo attaccati e non vogliamo rinunciare. La frase centrale del film è la risposta del protagonista alla domanda, postagli dalla ragazza, “E lei che c’entra qui?”. Lui dice: “Un giorno mi sono svegliato con il senso della disperazione umana e mi sono messo a pregare un dio in cui non credo”.»

«Sono stato insegnante per vent’anni e ho avuto molte classi di diverse età, ma iniziavo sempre facendo imparare loro a memoria la poesia La musique di Charles Baudelaire, che dice che l’arte risveglia e culla il passato. Tutti nella vita soffriamo, ma grazie alle arti ritroviamo le emozioni dei primi giorni che ci aiutano a vivere. Ricordo per esempio che da bambino sono andato al cinema a vedere un certo film in cui c’è una scena dove il personaggio di Melanie va a consolare Clark Gable. Mi sono girato e ho visto che tutta la sala stava piangendo. Mi sono chiesto: perché la gente paga per piangere? O è masochista, o trova nell’arte un modo per risvegliare la sofferenza che l’aiuta a vivere.»

«La cultura serve per vivere e se non c’è ci manca qualcosa. Mi sembra che nella civiltà occidentale oggi ci sia un gran declino culturale. Volevo mescolare una riflessione filosofica, sempre presente nei miei film, all’emozione.»

«È stato molto difficile recitare un ruolo che doveva emozionare senza ricorrere alle parole. Mi torna in mente in proposito una discussione che ho avuto con l’attore Bruno Cremer, che ha lavorato con me più volte. Stavamo guardando una scena di Love in the Afternoon in cui Audrey Hepburn parla con Gary Cooper, e io ho osservato: “Hai visto com’è brava Audrey Hepburn?” Lui ha risposto: “Jean-Claude, sei un coglione. Il bravo è Gary Cooper, anche se non parla! È una scena dove c’è lui che ha paura d’innamorarsi di lei e lei che gli sta facendo una lista (inventata) dei propri amanti; e guarda Gary Cooper, è cinquantenne e un po’ sciupato: tutto ha senso solo se lo spettatore vuole che i due restino insieme, altrimenti il film crolla. Quindi sta tutto sulle spalle di Gary Cooper, ed è grande.”.»

Virginie Legeay (attrice)

«Jean-Claude ed io ci conosciamo da circa dieci anni. Io sono una sceneggiatrice e studio a La fémis, lui insegna lì; ci siamo conosciuti e nel 2005 abbiamo lavorato insieme. Ci sono degli elementi, come la condivisione della cultura e dell’arte, che ci uniscono; quindi è stato molto naturale accettare di recitare per lui. Sul set abbiamo fatto quel che potevamo: essendo dilettanti ci siamo rifatti alla nostra vera amicizia. È stata un’esperienza piacevole; certo, ci sono state delle difficoltà, ma cercavamo d’essere complici. Comunque mi sento un’interprete, non un’attrice.»

Claude Morel (attore)

«È difficile non citare la mia grande amicizia per Jean-Claude Brisseau. Ci conosciamo da quarant’anni e devo dire che questo giovanotto ha evitato il peggio decidendo di non dare a me il ruolo di protagonista, com’era sua intenzione. Non per lusingarlo, ma trovo che reciti benissimo.»

Cristian Gomez, Sara Groisman

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