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Lo spot che buttò giù una dittatura

Lo spot che buttò giù una dittatura

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E a un certo punto Pinochet, al capolinea della sua dittatura, costretto dalla costituzione, chiese al popolo semplicemente un “sì o no”. Andare avanti, allungando uno dei capitoli più feroci della storia cilena, o cambiare rotta in modo perentorio? Dopo gli onirici e sanguigni Tony Manero e Post Mortem Pablo Larraín completa la sua trilogia sul regime di Pinochet, virando in senso realistico un ultimo tassello che ci trasporta direttamente al 1988.

Con No infatti, ispirato alla pièce Referendum di Antonio Skármeta e passato trionfalmente a Cannes sui recenti schermi della Quinzaine des réalisateurs, torniamo su quella storica campagna referendaria in cui la vittoria del no rovesciò il tiranno e riportò la democrazia nel paese.

Ad architettarla, un giovane pubblicitario, René Saa­ve­dra, qui vestito sull’unghia da Gael García Bernal. Sono sue le trovate spiazzanti che, trasmesse in quel misero angolo tv di 15 minuti notturni a settimana condonati alle opposizioni, ridanno speranza a un intero popolo. Come? Non certo congestionando il messaggio con i tragici inventari dei crimini del regime che affastellano torture, morti ed esili, ma – a sorpresa - vendendo l’allegria e il sogno light di un ritorno alla democrazia come fossero le bollicine di una bibita.

Un contropiede creativo che costringe la massiccia équipe collaborazionista del sì ad attivarsi in un marketing della dittatura, maldestro nel rifilare l’immagine di un despota buon padre di famiglia e uomo della provvidenza destinato all’eternità.

Lo scontro si fa grottesco, ritirando a galla tutta la scia emotiva del periodo. Aspettative, speranze, ma anche paura e minacce fisiche e psicologiche, finché quel “no” da gioioso si fa sempre più contagioso, approdando a un’incredibile vittoria.

Larraín, regista nato nel 1976 e quindi cresciuto sotto il regime, lo racconta senza scorciatoie trionfali. Come negli altri due film, cambia il tono, ma non la necessità di reinventare le forme di recupero di un passato dove anche lo spot fasullo e illusorio di una democrazia color arcobaleno può diventare la fionda per buttar giù la più brutale delle dittature sudamericane.

E il film lo fa virando le riprese nella stessa bassa definizione delle immagini anni Ottanta, così da non mostrare alcuna cucitura tra i materiali d’archivio e le scene di finzione. Un modo per costringere il passato a rimanere nel passato, senza saltare sui piedistalli del mito, ma anzi  sottoponendo le speranze nate allora agli sguardi e agli interrogativi di oggi.

Lorenzo Buccella
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