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Malanotte milanese

Malanotte milanese

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La grande stagione del noir è legata agli anni successivi al 1929 e, attraverso la sua visione a tinte chiaro-scure della città e degli uomini che la abitano, bene racconta un periodo di crisi e disillusione. Il film di Bruno Oliviero è più prossimo alla detective story e al suo compito di fare ordine nel caos della città, tuttavia con l’universo noir condivide più di un aspetto – non ultimo il fatto che quel desiderio d’ordine rimanga lettera morta.

Al centro di La variabile umana stanno un personaggio e una città. Milano non è più la «città da bere» degli anni ‘80, è ancora però una città che si diverte, nel senso etimologico del termine. Una città che sbanda su cui questo racconto d’incomunicabilità tra generazioni si proietta. Oliviero proviene dal documentario e la sua attenzione agli spazi, a come questi possono raccontare storie profonde e intricate tanto quanto un volto, è palese. In questa città, filmata come se non avesse un centro e neppure un confine, si muove un uomo critico nei confronti del sistema, come vuole la tradizione americana del genere. L’interpretazione di Silvio Orlando aggiunge al personaggio una disillusione propria dell’animo mediterraneo. Impenetrabile agli altri ma lucido con se stesso, l’ispettore Monaco rovescia il suo atteggiamento compassato in un eccesso di furore quando scopre che sua figlia è invischiata nella vicenda su cui sta indagando. È come un animale ferito, come se quella pistola rubatagli avesse sparato contro di lui. E il film – con la visione del paese che questo ci comunica – appare ancora sotto l’effetto del rimbombo.

Carlo Chatrian
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