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Codici a sbarre

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Il punto di partenza è espresso a mo’ di premessa. Come Fritz Lang in Beyond a Reasonable Doubt, Werner Herzog non crede alla pena di morte quale strumento applicabile da parte di una democrazia. Invece di un pamphlet, propone però dei film in forma di enigma. La sua seconda serie dedicata a detenuti nel braccio della morte precisa quanto espresso un anno fa. Anche in questo caso si tratta di quattro documentari dedicati ad altrettante persone incarcerate per delitti commessi o presunti. Death Row II non cerca però di rinvenire una verità giudiziaria – che almeno nel caso di Darlie Routier, madre accusata di aver ucciso i suoi due figli, è quantomeno dubbia –; preferisce esporre la condizione di un individuo la cui vita è in scadenza.

La consapevolezza di una data fissata per la propria morte è l’abisso che il film sfiora, cercando di guardare diritto negli occhi l’uomo in camice bianco che il regista ha di fronte. Sono bambini sperduti dietro orribili crimini (Blaine Milam), lucidi contestatori del sistema vigente (Douglas Feldman) o persone dentro il cui sguardo si fatica a vedere (Robert Fratta). Lo strumento adottato è quello classico dell’intervista: senza alterarne la frontalità, anzi esaltandola, Herzog non solo riesce a oltrepassare quel vetro di sicurezza che lo separa dal suo soggetto, ma scalfisce anche la barriera che ogni detenuto nel braccio della morte si crea per proteggersi. Con un gioco di prospettive accennato grazie ad altri incontri o all’uso di materiale d’archivio, i documentari finiscono per chiamare in causa una società che non esita giudicare prima di conoscere. Molto più che semplici ritratti, i film di Herzog sono allora degli specchi rivolti a chi, seduto su una comoda poltrona, ancora pensa che il cinema sia una innocente forma d’intrattenimento.

Carlo Chatrian
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