News from the Locarno Festival
 

Un Everest in versione BonSai

Un Everest in versione BonSai

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Una piccola ma grandissima donna. Rita Pavone è stata protagonista a Locarno67. Un Festival di cinema internazionale per una come lei che ha solcato i cinque mari, toccato tutti i continenti, ha cantato in spagnolo, inglese e persino in catalano, quando Franco era ancora al potere.  Anche in Germania fece successo, e a stando alle sue parole non parlava “una parola di tedesco, mi scrivevo da qualche parte le strofe, le ripetevo tante volte finché non mi restassero impresse”. In Francia fece un successo strepitoso e lo stesso Claudio Baglioni riconosce che “i primi quattrini gli fece grazie a lei”, perché gli scrisse tre canzoni, di cui Bonjour la France, “una sviolinata allo chauvinismo francese”.

Sembra che la citarono i Pink Floyd dopo averla ascoltata ad un concerto a Joan le Pin ; il loro agente le si avvicinò perché volevano conoscerla, ma credendo che fosse una burla declinò l’invito, “e poi chi ancora i Rolling Stones o i Beatles?”. Tuttora se ne pente perché le resta il dubbio, “sembra che i fans dei Pink me ne vogliano per aver ignorato le maestà – mi dicono che incisero una canzone dove si sente il mio nome alla fine del pezzo, making a date with Rita Pavone; se scopro che era vero mi prendo la mia rivincita”.

Conobbe sì i Beatles e anche Elvis, a Nashville, “era bellissimo”, quando Rita aveva appena 19 anni. Stava incidendo un disco, ma fu lui a riconoscerla “you’re the Italian girl” le disse. Le offrì un poster con il suo autografo, “una reliquia che ancora conservo, qui, nella mia casa a Morbio Inferiore”.

Cantante ma anche attrice è stata protagonista degli spaghetti Western. Lavorò con Terence Hill “che potei baciare”, ricorda sorniona, ed insistette “che Lucio Dalla recitasse con noi perché il suo modo di fare era come quello di Sancho Panza”.

Degli ultimi anni ricorda Renato Zero, di come la volle assolutamente per festeggiare i suoi sessant’anni, diceva che “senza di te, Rita, non posso raccontare la mia vita” – agli albori della sua carriera era ballerino a Studio 1, la famosa trasmissione della Rai - “che metteva in scena, per la prima volta, adolescenti scatenati”. Ci andò, ma per fargli piacere, non era un ritorno, “entrai a schiaffo, come si dice in gergo” – senza che fosse presentata – “ e sentì un’accoglienza così calorosa…, cantammo il purpurì dei miei successi e Mi vendo, ma alla mia maniera”, il pubblico si scatenò e qualche giorno dopo Zero “mi chiamò dicendomi: a Rì, c’è tutta Roma che parla di te”.

E così Rita Pavone, progressivamente, ritorna sulla scena. Ringrazia Gianni Morandi, con cui lavora da una vita, per averla invitata all’Arena di Verona durante uno dei suoi concerti. Dovevano essere due eventi, ma diventarono sei.
Ora si concentra su un progetto di canzoni della sua infanzia che le piaceva tanto cantare. Senza mezzi termini, se le piacerebbe cantare in dialetto, afferma che se Davide Van de Sfroos “ mi scrivesse una canzone sarei molto felice”.

Rita Pavone, definendosi “un Everest in versione Bonsai”, sente che ha ancora tanto da dare. Le piacerebbe lavorare con Pubi Abate, “perché sento che c’è una Rita da far conoscere, c’è una parte di me melanconica, se qualcuno me la facesse tirare fuori non sarebbe male”.

 

 

Cristian Gomez Bolliger
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