News from the Locarno Festival
 

Giancarlo Giannini

Giancarlo Giannini

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© Alessio Pizzicannella

Q. Un premio alla carriera, per un attore, diventa anche un’occasione per ripercorrerla nei suoi snodi decisivi. A partire da quando è scattata la scintilla per la recitazione…

Il mio inizio è stato tutto nel segno del teatro e penso che uno dei passaggi decisivi sia avvenuto con il Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli, un lavoro che abbiamo portato sui palchi di tutta Europa per tre anni. E subito dopo con La Lupa ho avuto la fortuna di recitare accanto a una grande attrice come Anna Magnani. Il cinema è arrivato dopo, ma è arrivato per scelta. Mi piaceva l’idea di creare scambi tra teatro e cinema, cosa che in Inghilterra succedeva regolarmente, mentre in Italia tutto era più settoriale. A questo aggiungici pure il destino di partecipare presto a film di successo come Dramma della gelosia di Ettore Scola, con Monica Vitti e Marcello Mastroianni.

Q. Anche se a dire il vero il primo battesimo cinematografico avviene con i musicarelli come Non stuzzicate la zanzara che a Locarno verrà riproposto nell’ambito della retrospettiva Titanus. Una pellicola firmata da Lina Wertmüller con cui partirà una collaborazione lunga 9 film…

Quei musicarelli erano film semplici, girati in venti giorni ma ben curati. Tanto più che mi garantivano delle buone entrate economiche per farmi proseguire in parallelo la mia attività teatrale. Però, è vero che è da lì che con Lina si è costruito uno stretto sodalizio artistico. Passavamo nottate sulle sceneggiature a cercare storie e spunti, divertendoci perché concepivamo il cinema come un gioco da prendere seriamente.

Q. Favole che spesso partivano da storie vere come quella che sta dietro a Pasqualino Settebellezze (1976), film da 4 nominations agli Oscar…

Sì, perché dietro la vicenda di questo Pulcinella imprigionato in un campo di concentramento, c’è la storia vera di un napoletano ebreo. Una persona che per anni aveva lavorato a Cinecittà come “acquaiolo”, aggirandosi sui set più accaldati con una tanica d’acqua per dare da bere in cambio di poche lire. Una volta saputo il passato che aveva alle spalle, l’ho fatto conoscere a Lina Wertmüller, abbiamo acceso il registratore e l’abbiamo lasciato raccontare.

Q. Storie di persone reali che però per diventare film e personaggi hanno avuto bisogno anche di tutto quel lavoro attoriale con cui lei ha costruito una larga galleria di caratteri…

È stato dopo aver interpretato un pugile veneto un po’ suonato in Una prostituta al servizio del pubblico e in regola con le leggi dello stato di Italo Zingarelli che ho messo a fuoco la mia predilezione nei confronti dei personaggi popolari. Come per Mimi Metallurgico, dove ho dovuto imparare il siciliano catanese da un maestro come Turi Ferro. E da questo punto di vista, l’uso e lo studio dei dialetti diventano fondamentali, anche perché un dialetto trascina con sé una mimica facciale, una gestualità e una musicalità che ti aiutano a costruire la pienezza di un personaggio.

Q. Lo dice lei che è diventato famoso anche come doppiatore di attori famosi (Al Pacino, Michael Douglas, Gérard Depardieu, Jack Nicholson), appoggiandosi alla sola voce…

Il doppiaggio è una mostruosità, perché bisogna cambiare la voce a un attore, trasportarlo in un’altra lingua cercando di riconvertirne sfumature, ironie, dolcezze. È tutta una questione di tecnica, anche se poi, alla fine, ha ragione Chaplin quando diceva che l’immagine è molto più importante della parola, per cui se uno recita bene, il doppiaggio diventa molto più semplice.

Lorenzo Buccella
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