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Oui, je suis Juliette Binoche…

Oui, je suis Juliette Binoche…

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Basterebbe un palmares da fare invidia alla maggior parte degli attori di Hollywood a testimoniare la grandezza di quest’attrice francese. Quanti infatti possono vantare la vittoria dell’Oscar e il premio nei tre maggiori festival di cinema Cannes, Venezia e Berlino?

Ecco, Juliette Binoche può.

Dopo essersi prepotentemente imposta proprio sulla Croisette nel 1985 con il doloroso Rendez-vous di André Techiné, l’interprete parigina si impone all’attenzione internazionale con The Unberable Lightness of Being (L’insostenibile leggerezza dell’essere, 1988) di Philip Kaufman, in cui si concede la prima delle sue grandi collaborazioni artistiche, quella con Daniel Day-Lewis.

Il tasso di fascino e l’erotismo sprigionato dai due rende l’adattamento del best-seller di Milan Kundera uno dei cult movie degli anni ’80. Da quel momento al Binoche diventa musa intellettuale e appassionata dei più grandi cineasti europei e non. Louis Malle la sceglie come scandalosa protagonista di Damage (Il danno, 1992), insieme a Jeremy Irons. Il mai troppo compianto genio di Krzysztof Kieslowski la mette la centro di Trois couleurs: Bleu (Tre colori: Film Blu, 1993), e la Binoche lo ripaga con un’interpretazione di raffinatezza sublime, che vale a lei e al film stesso la massima onoreficenza al Festival di Venezia.

Da quel momento Juliette diventa con pieno diritto una delle più acclamate attrici al mondo, meritevole di collaborazioni sempre più eccellenti: Anthony Minghella, Michael Haneke, Abbas Kiarostami, Lasse Hallström sono soltanto alcuni dei cineasti di spicco con cui collabora. L’Academy Award come non protagonista e il premio a Berlino arrivano per lo stesso film, The English Patient (Il paziente inglese, 1996), dove recita soavemente con Willem Dafoe e Ralph Fiennes.

Cannes invece la incorona regina grazie a Copie conforme (Copia conforme, 2010). Dovendo sceglie il nostro cult personale riguardo la carriera della Binoche, arriveremo fino ai nostri giorni o quasi e opteremmo per Cosmopolis (id., 2012) di David Cronenberg, allucinato incubo metropolitano che dipinge New York come il non-luogo per eccellenza.

E anche se ha partecipato con poco più di un cammeo, anche la scena che la vede scambiarsi un bellissimo sguardo d’addio con Bryan Cranston nel recentissimo Godzilla (id. 2014) merita almeno una segnalazione…

Questa in sintesi la carriera folgorante di Juliette Binoche, icona di eleganza che è riuscita però a coniugarla con interpretazioni istintive, accaldate, quasi violente. Col talento che la rende unica.

Adriano Ercolani
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