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Sam Peckinpah: Getaway!

Sam Peckinpah: Getaway!

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© Warner Park Circus

Sam il selvaggio. Troppo facile chiamarlo così, giocando sul titolo del suo film cult, quello che ha permesso di trovare una nuova figura retorica anche ai telecronisti sportivi (dal calcio al rugby, “mucchio selvaggio” ormai è ovunque). Peckinpah è stato, in verità, uno dei poeti più brutali dell'arte mondiale. Con lui non si può parlare solo di cinema, il cineasta di Fresno è maestro, filosofo, rivoluzionario, è uno che ha saputo percorrere l'esistenza con genialità e sregolatezza. Conoscerlo vuol dire capirlo e, soprattutto, comprendere dove viviamo.

Peckinpah è forse stato il primo regista americano di genere a dirottare ogni strada che sappia di propaganda, per cercare nella contraddizione, nell'ambiguità, nel dolore, anche fisico, una verità senza catarsi. Regista della violenza: l’etichetta frettolosa sperde tutta la complessità poetica che la durezza dei suoi gesti erano capaci di emanare. Con quella faccia da cowboy, con quel suo carattere anarchico e quelle immagini contro, ha pensato bene di scardinarlo il nostro mondo.

Dietro alle scene scabrose, era solo e sempre celata la lotta contro l'abuso che lui rappresentava nella sua cruda realtà. Dietro il caos c'era l'eversione salvifica di un uomo che ha costantemente rifiutato schemi e stereotipi: non a caso lasciò il western, dopo cinque lavori che ribaltavano tutte le regole di questo genere (in parte in una strada parallela con Sergio Leone, con cui condivideva l'approccio a storie e uomini, ma non l'estetica e neanche i ritmi), non a caso ha girato pure Junior Bonner, che della violenza non ha neanche un lontano profumo. Peckinpah viene stranamente dimenticato quando ci sono da stilare pantheon e classifiche popolari, eppure The Wild Bunch e Straw Dogs (assieme a quel Bring Me the Head of Alfredo Garcia che lui stesso conseiderava il suo capolavoro) non puoi dimentichi più dopo averli visti. Sono film fdal tempo lungo, sei costretto a pensarli, a ripensarci e a farci i conti. Il primo è uno spartiacque: nessuno dei cineasti più talentuosi cresciuti con quel film del 1969, tra ralenti e piogge di sangue, potrà dire di non esserne stato condizionato.

Si chiamino Quentin o Kathryn o Martin, poco importa. Il secondo è forse il suo lavoro più potente, lacerante, un'analisi impietosa delle istituzioni fondanti della nostra società, dalla convivenza civile al matrimonio. Con un doppio stupro difficilissimo anche solo da descrivere. E fa tremare i polsi il pensiero che A Clockwork Orange di Stanley Kubrick sia figlio di quegli stessi mesi del 1971, un opera a suo modo gemella e complementare.

Nessuno ha saputo raccontare la sconfitta e i perdenti come wild Sam, forse perché conosceva benissimo entrambi: chi ha lavorato con lui giura che i suoi progetti migliori non sono mai stati girati, scivolati nel cassetto dei lavori falliti. E Pat Garrett & Billy The Kid fu un flop al botteghino perché gli tolsero il director's cut, che post mortem si provò a restituirgli (la versione più lunga di venti minuti che in Piazza Grande è stata mostrata qualche giorno fa nella prima serata del Prefestival). La retrospettiva pardata ci porta anche nelle sue incursioni televisive, va al di là dei 4 anni fatidici tra il 1969 e il 1973 e comprende i suoi inizi folgoranti e quella fine erroneamente definita declino da chi non ha saputo capirlo.

Gli stessi che magari ne parlano come di un autore barocco per le scene al rallentatore e non si rendeva conto di quanto fosse essenziale. Da chi ne denunciava l'audacia visionaria e non si rendeva conto quanto fosse concreto: lo sanno i suoi attori, da Hoffman a Coburn, passando per Steve McQueen, maltrattati e resi grandi dallo stesso Peckinpah. Sarebbe bello, ora, poter dire «provaci ancora Sam». Lo fa per lui un cinema che spesso lo imita, ma non sa neanche emularlo.

Boris Sollazzo
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