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Straw Dogs, nessuno è innocente

Dustin Hoffman in “Straw Dogs” di Sam Peckinpah

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Ci mette un po’ a partire veramente il film “inglese” di Sam Peckinpah. La descrizione dell’ambiente e la caratterizzazione delle psicologie dei personaggi sono processi che il cineasta era abituato a comporre attraverso l’azione, aspetto che invece in questo film viene per forza di cose raggelato.

Stavolta infatti ci troviamo di fronte a un diverso tipo di duello, una partita a scacchi psicologica ed emotiva in cui il non detto è più importante di ciò che succede in superficie. Peckinpah organizza il discorso filmico imbrigliandolo sui volti degli attori, sul loro osservare invece che agire, soprattutto per quanto riguarda il (non)protagonista Dustin Hoffman.

Poi più o meno a metà del film arriva la sequenza di caccia, in cui la stasi viene sradicata dalla narrazione, e Sam Peckinpah può tornare a fare il suo cinema.

Con una variante ideologica però ancora sconosciuta ai suoi precedenti lungometraggi. Ciò che questo grandioso momento di cinema mette in scena attraverso il montaggio serratissimo dei due eventi principali è che vittime carnefici sono in fondo accomunati da una natura tendente alla violenza che in Straw Dogs è connaturata all’ambiente, resa ancora più ancestrale e archetipica rispetto ai precedenti lavori del cineasta.

Mentre a sua moglie viene usata la più ignominiosa delle violenze, David Sumner si sporca per la prima volta le mani di sangue in un gesto gratuito come quello di sparare a un volatile per poi lasciarlo esanime tra i rovi.

Da quel momento tutte le pedine sono schierate sulla scacchiera, pronte all’azione. Guai però a distinguerle in maniera arbitraria e definita: non ci sono pedoni, re o regine, non ci sono soprattutto bianchi o neri.

Tutti alla fine partecipano a un banchetto di violenza che ne espone la natura più oscura e contaminata. Il crescendo drammatico di Straw Dogs possiede la straordinaria capacità di deformare il carattere di David fino a svelarne il lato oscuro. Insieme a lui l’ambiguità di scene, situazioni e dialoghi getta ognuno dei personaggi in un calderone cinematografico di enorme potenza visiva.

Nell’ultima sequenza il cinema di Peckinpah si sprigiona libero, irruento, impossibile da contenere: ma a differenza di altre opere come Pat Garrett & Billy the Kid o The Wild Bunch il pubblico non riesce a parteggiare per l’antieroe assediato, perché anche lui alla fine è parte integrante del rito di sangue che si consuma in quella casa sperduta nella campagna, che si erge dunque a teatro/altare di uno dei momenti più duri dell’intera filmografia dell’autore.

Non perché è più violento di altre conclusioni a cui Peckinpah ci ha abituato, ma perché è talmente più ambiguo e “avvelenato” che non permette alcuna catarsi liberatoria. Stavolta non c’è scampo neppure per i sopravvissuti, anche loro sono alla fine mostri che hanno ceduto di fronte al sapore del sangue.

Come può capitare a chiunque, ed è questo a conti fatti il messaggio più straniante che Straw Dogs.

Adriano Ercolani
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