News from the Locarno Festival
 

Poesía sin fin

Piazza Grande

© Pascale Montandon-Jodorowsky

Guardare in faccia la propria vita cercandovi il segno lasciato da quei momenti che hanno indirizzato il nostro percorso. Una (auto)biografia immaginata dove il ritmo del racconto è dettato dall’associazione poetica delle cose e non dalla loro scansione cronologica. Per Alejandro Jodorowsky il ricordo è uno strumento creativo, magico e onirico.

Come tutti i suoi film, anche Poesía sin fin nasconde dietro un’apparente semplicità – dettata  dalla volontà di dire le cose con il loro nome – una struttura complessa. Il film riprende il racconto intrapreso con La danza de la realidad (2013): siamo ancora a Tocopilla e il tema è il definitivo taglio del cordone ombelicale. Il giovane protagonista è al contempo il bambino dallo sguardo perso e il giovane che pensa di avere il mondo ai suoi piedi, bene incarnato dalla spavalderia di Adan Jodorowsky. A guardarli sta lui, Alejandro, con affetto ma mai compiacimento. L’universo del piccolo paese cileno è ricostruito come un set d’altri tempi: Jodorowsky non cerca riferimenti illustri, anche se qui come non mai si respira un’aria felliniana. Il suo gusto per il simbolismo sembra calarsi in una visione dove è il fantastico a prendere il sopravvento. È un fantastico ad altezza bambino dove lo stupore fa tutt’uno con il timore per la punizione che consegue alla scoperta del proibito. Tra repressione e rivolta, tra affetto e odio, tra nostalgia e rifiuto, Jodorowsky traccia linee narrative che tendono ad accostare gli opposti, come se da questo scontro nascesse la spinta a crescere.

Poesía sin fin è però innanzitutto il racconto di un apprendistato alla poesia come modo di guardare al mondo: in tal senso il film scavalca il tempo e lo spazio. Accade in un paese sperduto del Cile, lontano dagli echi della guerra e dalle temperie culturali, ma potrebbe essere ovunque. Anche qui, anche oggi.

 

Carlo Chatrian

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