News from the Locarno Festival
 

Al-momia

Histoire(s) du cinéma: Locarno70

Al-momia

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Un senso di antico, oscuro mistero attraversa tutte le inquadrature di Al-momia (The Night of Counting the Years, 1969), pervadendole come l’onnipresente sabbia del deserto egiziano che fa da sfondo alla vicenda. L’opera prima (e ultima: resta il suo solo lungometraggio) di Chadi Abdel Salam (1930-1986) fu presentata nel 1970 in Concorso a Locarno; oggi è considerata uno dei capolavori del cinema egiziano, e non stupisce allora (ri)trovarla nella sottosezione Locarno70, che raccoglie dodici pellicole significative della storia del Festival. Introduce la proiezione Yousry Nasrallah, cineasta egiziano più volte ospite a Locarno, dove quest’anno presiede la giuria del Concorso Cineasti del presente.

Al-momia mette in scena l’incontro tra due uomini che incarnano due facce dell’Egitto; e sebbene la vicenda ricostruisca fatti avvenuti alla fine dell’Ottocento, si intuisce che per il cineasta l’opposizione rimanesse valida anche per il suo presente. Da una parte abbiamo l’uomo di città, proveniente da un mondo che guarda a Occidente: un giovane archeologo che scopre come sul mercato siano apparsi reperti provenienti da tombe di faraoni che si credevano perdute. Dall’altra vi è l’uomo del deserto: Wannis, il figlio del capotribù degli Horabat, il quale alla morte del padre scopre che questi ha mantenuto il clan per anni saccheggiando tombe di cui a lui solo era nota l’ubicazione. Per Wannis si pone una scelta: continuare ad aiutare la sua gente imitando il padre o denunciare un commercio che disonora i morti e svilisce i vivi?

I cammini dei due uomini non possono che convergere; ma più che la trama, a Chadi Abdel Salam interessa costruire un percorso visivo enigmatico tra rovine, giganti di pietra, sculture immani e distese di geroglifici – un percorso nel quale pulsi l’arcano potere emanato dai luoghi di riposo dei morti. A ribadirlo visivamente, la scelta di inquadrature che lavorano sugli spazi (il regista aveva studiato architettura ed era stato scenografo, lavorando tra le altre cose alla Cleopatra di Mankiewicz) costruendo attraverso di essi un’atmosfera conturbante: o ci si trova in deserti sterminati, che disorientano chi guarda, o in spazi chiusi che si presentano sempre come minacciosi, perché frammentati quasi immancabilmente da nicchie, sbocchi, soglie da cui ombre inquietanti potrebbero spuntare in ogni momento. Spazi insicuri e ostili, che accrescono il senso di mistero; e così chi guarda non può mai tirare il fiato, mentre la regia lo trascina attraverso labirinti arcaici fino all’atto finale che, restituendo alle mummie i loro nomi, permette loro – come recita il Libro dei Morti, citato nel film – di continuare a vivere.

Sara Groisman

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