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Tre donne, una guerra

Chaos - Concorso Cineasti del presente

Tre donne, una guerra

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Tre donne. Una è la regista stessa, che sceglie di parlare attraverso la voce e il corpo di una grande poetessa del passato. Tre differenti Paesi. Tre fasi di un unico trauma. La guerra, senza bisogno di mostrarne i massacri, aleggia su ogni dettaglio, passa oscura da donna a donna. Con determinazione impressionante Chaos di Sara Fattahi sale ancora di livello dopo il già notevole esordio (Coma). Se in Coma le tre donne protagoniste si muovevano in un luogo unico, sprigionando dall’interno della loro casa i mutamenti dell’anima di tutta la Siria, Chaos invece sottopone le tre diramazioni a una logica stringente, riunisce ciò che la violenza ha diviso, fa in modo che ogni inquadratura appartenga e richiami la successiva, crea connessioni tra luoghi diametralmente opposti fino ad ottenere un flusso unico e potentissimo. Di questa logica la caméra non è un personaggio secondario, ma anzi opera quasi un vero e proprio transfert con le tre donne, assorbendo su di sé cadute, abissi, fuori fuoco, l’incredibile intelaiatura sonora, il passo zoppicante dei corpi e la frequenza simbolica degli spettri. Raja è confinata nella sua casa di Damasco, Heba è emigrata in Svezia, Sara e il suo doppelgänger sono in Austria. Ma l’esilio, l’isolamento, la lotta strenua per tenere insieme i pezzi delle loro vite e del proprio corpo, l’instabilità tra la scelta del silenzio e il desiderio di urlare sono le stesse. Forse – sembra dirci Sara Fattahi – c’è ancora una speranza, ma una speranza possibile solo attraverso l’analisi politica dura e lucida e la bellezza di un film che non verrà dimenticato tanto presto.

Lorenzo Esposito
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