News from the Locarno Festival
 

Tutto è partito da qui

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Duccio Chiarini, dal divano a tre posti alla Piazza a ottomila il salto è notevole.
Decisamente, così come è stato quello produttivo dalla dimensione domestica e protetta di Short Skin a quella industriale di questo secondo film. Abbiamo comunque cercato di tenere tutto vicino, prossimo, nonostante il set enorme, Roma, le tantissime location e altrettanti personaggi e storie. Un passaggio importante in cui, felice, ho cercato la mia dimensione. L’ospite è nato a Locarno, tre anni fa, quando all’Alliance for Development Tommaso Arrighi ha conosciuto Michela Pini ed è scoccata la co-produzione, a cui poi si è aggiunta anche la Francia. Ho studiato cinema a Londra; la dimensione internazionale, set o produzione che sia, mi ha sempre stimolato.


Corto, documentario e fiction. Qual è il posto di Duccio sul divano del cinema?
Dal corto si parte, è il punto di partenza, l’assaggio della macchina cinema. Documentario e fiction si equivalgono, tutto sta nella storia che si deve raccontare. La fiction ha un mondo, la direzione degli attori, che amo molto.


L’ospite è una storia italiana?
È ambientata in Italia e dunque con caratteristiche italiane, ma è una storia contemporanea, specifica di questo momento. Credo possa parlare a molti della nostra generazione, che vivono questa difficoltà a stabilire relazioni, ma anche alla generazione dei nostri genitori, che osservano noi figli in preda a questa difficoltà.


È stata anche la storia di Duccio Chiarini?
Lo spunto è autobiografico: mi sono ritrovato esattamente come Daniele, lasciato e al bivio: chi tiene la casa e chi se ne va? Il progetto poi è rimasto sospeso per girare Short Skin e quando l’ho ripreso in mano mi sono accorto che somigliavo anche a tutti gli altri personaggi. In una sorta di scomposizione dello specchio ognuno rappresentava un lato della mia personalità.


Non a caso la narrazione è corale: tutti partecipano al racconto di chi sia Daniele.
L’idea è quella, raccontare un personaggio attraverso gli sguardi che gli ruotano attorno. Torna il concetto pirandelliano, l’idea di avere una faccia per ognuna delle persone che gravitano attorno a noi. Volevo realizzare un ritratto a tutto tondo di un uomo che vive un romanzo di formazione tardivo, che vediamo attraverso ogni suo ruolo, dal fidanzato abbandonato all’amico invidioso al figlio preoccupato.


Da Pirandello a Calvino, protagonista degli studi di Daniele.
Immaginando questa storia ho pensato al Barone rampante, a Marcovaldo, alla ricerca perpetua di un uomo abbandonato che naufraga tra i divani. Poi, quando è diventato qualcosa di più intimo, Calvino è rimasto nella storia parallela, quella dei suoi studi. Avendo la fortuna di poter lavorare con suo materiale d’archivio siamo riusciti a fare di Calvino un personaggio del film.


Il film è in equilibrio tra dramma e commedia.
È il filo su cui corre la vita. Io cerco semplicemente di restituirla, mantenendo l’oscillazione tra divertimento e riflessione.

Alessandro De Bon
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