News  ·  12 | 08 | 2020

Gioventù rapada

Nel 1992 Martín Rejtman si presentò al mondo dei lungometraggi da Locarno, con un nuovo cinema argentino

L’Argentina oggi. Oggi 1992, anno in cui nei cinema di Buenos Aires uscì Rapado, di Martín Rejtman. La novità di quel film, e presto di quel cinema, era parlare al presente. Niente più imperfetto, niente più passato, prossimo o remoto che fosse: Rejtman parlava al presente. Con il suo film d’esordio - e che esordio - il trentenne di Buenos Aires mise una mano sulla testa del cinema argentino e la voltò, orientandola al qui e ora e non più, o non solo, al passato. Rapado racconta l’Argentina e la sua capitale oggi, e non per questo il racconto è meno urgente o necessario. È il racconto della generazione Lucio, il protagonista del film; una generazione sospesa, nomade sul posto, girovaga per noia, giovani uomini senza scopo che stiracchiano il presente indebolendo il futuro. Giovani scansafatiche? No, l’osservazione sociale e politica di Rejtman è la fotografia in movimento di un Paese in pausa, di cui quei giovani sono il salvaschermo. Rapado è un film sociale, politico, un nuovo cinema argentino che presto accoglierà i Lucrecia Martel e Lisandro Alonso, facendo di quel presente il nuovo orizzonte del cinema sudamericano.
Rapado è la storia di un ragazzo a cui dopo 25 secondi di film rubano la moto e le scarpe, fulminante metafora del “ma dove vuoi andare”. In meno di un minuto l’azione, filmica e generazionale, finisce, Lucio si ritrova senza gli strumenti minimi necessari per prendere la propria strada. A rubarglieli e fregarlo, senza particolari sbalzi emotivi, è il “così va il mondo”, o quanto meno l’Argentina. Inevitabile pensare immediatamente alla bici di Antonio Ricci, a un Ladri di biciclette australe. Ma se per il papà di Bruno quella bicicletta è indispensabile, è lavoro, è futuro, è l’orizzonte di suo figlio, per il figlio di nessuno, Lucio, quella moto è trofeo di gioventù, bighellonaggio, velocità fine a se stessa. Antonio ha Bruno, Antonio è Bruno, Lucio non ha nessuno, Lucio è Lucio; e probabilmente è il primo, di un’umanità orbitante attorno al suo vuoto, a non sapere chi sia. Entrambi, in un moto da artificiere del proprio destino, provano a riprendersela, sbolognando proprio quel destino su un ultimo più ultimo di loro, ma per Lucio, ancora una volta, è tempo perso. Più o meno quanto andare a farsi tagliare i capelli dal parrucchiere e poi rasarsi a zero. Rapado.

Alessandro De Bon