News  ·  03 | 04 | 2022

Addio Mantas

Il direttore artistico Giona A. Nazzaro ricorda il cineasta lituano tragicamente scomparso nella guerra in Ucraina

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Era tornato a Mariupol, Mantas. Nel 2016 vi aveva realizzato un film, Mariupolis. Era stato presentato a Berlino, il film. Illuminava una guerra lontana, quel film. Bisognava quasi spiegare dove si trovava Mariupol per rendere conto di quelle immagini atroci eppure, banalmente, “bellissime”, strazianti. Città dell’Ucraina sudorientale nella regione della Priazovia, è situata sulla costa settentrionale del mare d’Azov alle foci del Kal’mius. Tradizionalmente russofona, vi vive una popolazione divisa equamente fra ucraini e russi. Mantas aveva portato la sua macchina da presa fra quelle persone. E quando ci si chiede oziosamente a cosa serva ancora il cinema, allora la risposta non può che essere la solita. Il cinema serve per capire dove sta il mondo. E cosa fa la gente che nel mondo ci vive.

Si sapeva che c’era una guerra. Noi, al riparo di altre frontiere e privilegi, si pensava che fosse lontana. Che, come al solito, riguardasse gli “altri”. Come se noi fossimo al riparo della Storia, quella con la S maiuscola, che ammazza solo gli “altri”. Mantas non era un cineasta militante. O meglio: la sua militanza era la poesia della testimonianza in presa diretta. Il suo sguardo coglieva strati di realtà invisibile al resto del cinema. Le sue immagini possiedono una profondità abissale, una vertiginosa potenza visionaria. Nel corso degli anni, ho incrociato Mantas varie volte. A Nyon, a Vilnius, in giro per il mondo, nei festival. A volte stava con Uljana Kim, sua amica e produttrice. Non era una persona facile, Mantas, o forse semplicemente nutriva una sana diffidenza nei confronti di un mondo che pur occupandosi di cinema tante cose non le aveva viste o non sapeva guardarle. E quindi stava lì, e ascoltava, tentando forse di capire quali fossero gli elementi del suo lavoro che potevano interessare, e perché, dei cinefili che di immagini ne vedevano tante (troppe?).

Nel 2019, da Delegato Generale della Settimana Internazionale della Critica, invitai a Venezia, alla 34esima edizione della Settimana della critica stessa, Parthenon (anche Parthenonas) il suo primo film di “finzione”, virgolette obbligatorie, perché il film era strappato alle viscere del mondo, fra un’Atene in fiamme, la tragedia dei rifugiati, l’ombra di Odessa, e il simbolo della civiltà occidentale, il Partenone, impotente. Un’opera dalla bellezza intossicante, dalla durata fluviale. Dopo innumerevoli insistenze, si decise a inviarci una sinossi, una specie di sinossi, per spiegare in poche parole il suo film. Fummo trafitti dal lirismo della sua descrizione. Eccola: “Non piangerò per il rammarico, ma per la paura di non essere in grado di soddisfare la mia passione - disse lei. Il giorno che ad Istanbul nevicò, Garip uccise Mahdi. Erano Garip e Sofia ad essere follemente innamorati un tempo. Questo accadeva a Odessa, ma tutto cominciò quando la sabbia del Sahara ricoprì la città di Atene. Di chi era questo ricordo? O di chi sarà?”. Di chi sarà, quindi, questo ricordo di Mantas, che si stringe in gola?

Quando finalmente giunse il momento di presentare il film a Venezia, sembrava che lui volesse essere ovunque, tranne che sul Lido. Il film fu salutato con entusiasmo da un manipolo agguerrito di cinefili, ma vista la scarsa visibilità successiva del film, sorge il sospetto che non fosse interessato ad avere quel tipo di conversazione intorno alla sua opera. Mi colse di sorpresa la domanda che mi fece mentre ci costeggiavamo, studiandoci, come se ci fossimo incontrati la prima volta. “Ma il mio film ti piace davvero?”. Questa apparente insicurezza mi colse di sorpresa. Invece celava un desiderio genuino di incontrare altra gente e avere delle conversazioni sensate.

A Locarno era stato ospite di First Look, proprio con Parthenon, allora ancora intitolato Stasis, ma lui soffriva sempre quando doveva spiegare i suoi progetti, che invece nascevano dall’incontro con i luoghi e le persone. Quasi infastidito dal linguaggio dei pitch e delle presentazioni. Il suo cinema trascendeva il reale e attingeva alle regioni più remote della poesia. Come raccontarlo, come spiegarlo? E, soprattutto, perché? Con Markus Duffner ci si raccontava proprio qualche giorno fa di quanto il suo lavoro avesse segnato il cinema degli ultimi anni, consapevoli della sua grandezza.

Era tornato a Mariupol, Mantas. Voleva rivedere la città, vedere cosa stava accadendo. Un missile ha colpito in pieno la sua macchina e ha posto fine alla sua esistenza. Era nato nel 1976. Pare sia morto con una macchina da presa in mano.

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AGGIORNAMENTO 11 | 4 | 22

L’eco della morte di Mantas Kvedaravicius è risuonata come una nota ancora più sinistra in una marea montante di orrore. Lo sconcerto per la morte di un giovane autore che si era fatto notare per la singolarità della sua vocazione poetica, faticava e fatica ancora (faticherà per sempre…) a essere compresa. Subito dopo che l’omaggio del Locarno Film Festival ha iniziato a essere condiviso, il giorno stesso, nemmeno poche ore dopo, siamo stati raggiunti da comunicazioni di amici del regista e vicini alla famiglia. La realtà, purtroppo, sa essere più orribile di qualsiasi immaginazione. La dinamica della morte di morte di Mantas non era quella riportata. Mantas era stato fermato, arrestato e assassinato sul posto da soldati russi. Una vera e propria esecuzione. La moglie, Hanna Bilobrova, che aveva perso contattato con lui dal 26 marzo, stava tentando di riportare il corpo in Lituania, evitando di essere fermata ai numerosi posti di blocco russi. Ha trovato il corpo del marito il primo aprile, per strada, a Mariupol. I segni sul corpo inconfondibili. Non raccontare dunque immediatamente, nel tentativo di permettere a Hanna di abbandonare Mariupol, con il corpo di Mantas e il girato. Il resoconto di queste giornate spese nel tentativo di riportare Mantas a casa, è stato fornito dalla moglie al giornalista lituano Vidmantas Balkūnas. Quando il racconto di quei giorni orribili era finalmente chiaro, Hanna era per fortuna in viaggio verso casa. Il 5 aprile aveva attraversato la frontiera che separa la Russia dalla Lettonia. Nei giorni scorsi il funerale, con gli amici e la famiglia. Ed è a loro, che va il nostro ringraziamento più commosso. Loro che ci hanno tenuto al corrente passo per passo.Giorno per giorno. Mantas è stato sepolto a Biržai, Lituania del nord

Giona A. Nazzaro