News from the Locarno Festival
 

Laos is now. Un Paese, quattro sale, un nuovo cinema

North by SouthEast: on the road con Open Doors

The Tuk Tuk of the Fifth Kind, by Anysay Keola (2019)

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On set of The Tuk Tuk, by Anysay Keola (2019)

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On set of The Tuk Tuk, by Anysay Keola (2019)

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The crew of The Tuk Tuk, by Anysay Keola (2019)

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One of the four thaters in Laos

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Xaisongkham Induangchanty, Vannaphone Sitthirath and Anysay Keola, members of the Lao New Wave, at Locarno72

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The Open Doors delegation in Laos in November 2019

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Cosa definisce una cinematografia “minore”? Secondo quali risultati, o numeri, si può stilare una classifica mondiale del “fare cinema”, decidendo dunque chi è forte, muscoloso, e chi gracile? Un esercizio potrebbe essere pensare alla Svizzera. Sì, pensare alla Svizzera e immaginarsela con quattro cinema, decidete voi dove. Uno a Lugano e l’altro a Basilea? A Ginevra e Zurigo? Basta che siano quattro, punto. Quattro sale per otto milioni di persone, e dunque di ipotetici spettatori. Ecco, quello, suppergiù, è il Laos: 7 milioni di abitanti, 236.000 chilometri quadrati, 4 sale. Abbastanza debole?

Chiaro, una cinematografia non si conta sul numero di spettatori. Semmai su quello di registi, sceneggiatori, produttori, distributori… Insomma su chi tecnicamente lo fa, il cinema: scrivendo un film, assumendo la troupe, montando un set, affittando la sala montaggio o decidendo la locandina. L’immagine desertica delle sale cinematografiche laotiane però scolpisce però in maniera nitida il fisico gracile di un’industria cinematografica indubbiamente esile. Soprattutto se osservata nell’era dei colossi dell’audiovisivo e delle multinazionali dell’on-demand. Insomma, giusto qualcosa in più di 4 sale per 8 milioni di persone. Dunque tutti gli altri schiacciati, o spacciati? No, perché questa è pure l’era del “fare cinema” accessibile, delle tecnologie “alla portata” e dei Festival con un occhio che guarda da quelle parti. Ad esempio il Locarno Film Festival, il cui occhio si chiama Open Doors. Che da un anno, e per i prossimi due, guarda a Sud-Est di Locarno, molto a Sud-Est di Locarno. In direzione Mekong.

2 DICEMBRE 1975
Un cinema laotiano definibile, misurabile, potremmo farlo partire da qui, dalla sua Rue des Capucines, dalla sua notte di Natale dei Fratelli Lumiere, solo 90 anni dopo. Non tanto perché prima non esistesse, anzi. Benché di dominio cinematografico straniero, alimentato unicamente dall’importazione massiccia di pellicole dall’estero, le sale cinematografiche erano frequentate e popolari. Fino al 2 dicembre 1975, quando il Pathet Lao - il partito comunista laotiano - rovesciò la monarchia di Savang Vatthana e democraticamente impose la Repubblica Popolare Democratica del Laos. Il cinema? Ad uso del governo e consumo del popolo. Dopo la parentesi propagandista bifronte durante la guerra civile, il cinema laotiano ha assunto le sembianze del regime costituito, con il controllo dell’intera filiera industriale, dai finanziamenti alla distribuzione passando dalla produzione, da parte del Dipartimento del Cinema del Ministero dell’Informazione e della Cultura.

BETWEEN THE MILLENNIUM
Rosso il governo, rossa la speranza. In un simile sterilizzato contesto artistico l’unica fiammata laotiana nel panorama cinematografico internazionale fu Red Lotus (Bua daeng, 1988), produzione da 5 mila dollari firmata dal regista Som-Ock Southiponh. Una fiammata destinata a spegnersi in fretta, così come la carriera di Southiponh. Ancora una manciata di mesi infatti e con la caduta dell’Unione Sovietica la già debole fiamma cinematografica si spense in un lungo silenzio, saltando un’intera generazione di ipotetici autori e sopravvivendo appena grazie all’attività di Lao Art Media.

Il primo decennio cinematografico del ventunesimo secolo, giocando di estrema e ruvida sintesi, riserva al Laos il ruolo di scenografia. Praticamente inesistente a livello produttivo, le terre di quella virgola verde nel Sud-Est asiatico appaiono sul grande schermo internazionale grazie a Good Morning Luagn Prabang (Sabaidee Luang Prabang, 2008), di Sakchai Deedan. Pur non convincendo il suo pubblico, quello thailandese, la pellicola interpretata dalla star thai di origini laotiane e australiane Ananda Everingham conquista i vicini di casa. Seppur minimo, è un soffio: in Laos si può girare, il Laos gira.

QUALCOSA SI MUOVE
Scavallato il primo decennio del ventunesimo secolo la cinematografia laotiana rompe il diaframma e inizia a respirare a pieni polmoni. Un respiro debole ma vitale, ritmato da due nomi, Anysay Keola e Mattie Do, polmone destro e polmone sinistro della New Wave del cinema regionale. Ed ecco, di nuovo, una data: 4 dicembre 2011. A 36 anni spaccati dalla notte del rovesciamento reale, al Luang Prabang Film Festival debutta At the Horizon, di Anysay Keola, il primo thriller della storia del cinema nazionale figlio di una produzione da 15 mila dollari. Un anno più tardi, sempre al Luang Prabang, ecco Chantaly, di Mattie Do, primo horror e primo film diretto da una donna di quella stessa giovane storia. Il cinema del Laos c’è, respira, vive. E sono proprio realtà come il Luang Prabang o la Vientianale, l’altro importante festival cinematografico del Paese che purtroppo si è fermato all’edizione del 2018, a sostenere, rendere reale e visibile il lavoro dei nuovi talenti del territorio. Giovani autori che grazie a quegli approdi sicuri, a quelle vetrine nazionali e ai laboratori, workshop e concorsi organizzati e offerti, riescono a creare un ponte con chi fa esistere il cinema: il pubblico. 

LAO NEW WAVE CINEMA
Bastano due colpi di pellicola e il respiro di due registi per rianimare una cinematografia? No. Poco dopo Anysay Keola fonda la Lao New Wave Cinema, con cui produce il suo secondo lungometraggio, Above It All (2015), e l’opera collettiva Vientiane in Love, firmata anche da Phanumad Disattha, Xaisongkham Induangchanthy e Vannaphone Sitthirath. Nemmeno Mattie Do si ferma e un anno più tardi, nel 2016, realizza Dearest Sister. È l primo film del Paese a suggerire il cinema laotiano nel mondo, conquistando l’attenzione di Francia e Estonia, partecipando in fase embrionale a La Fabrique des Cinémas du monde a Cannes (2014), e scrivendo una pagina del cinema laotiano come primo film in assoluto presentato alla corsa per l’Oscar per il Miglior film in lingua straniera. Con loro e grazie a loro la cinematografia laotiana esce dall’ombra corta dei gesti singoli - per quanto preziosi - e conosce la dimensione collettiva dell’industria cinematografica: nasce una generazione del “fare cinema”, di giovani e meno giovani professionisti che imparando costituiscono e crescendo strutturano un movimento che ha il coraggio di un futuro vivo. Tra loro Xaisongkham Induangchanthy, co-regista di Vientiane in Love e oggi autore di Rasing a Beast, progetto di film selezionato per la quarta edizione del South East Asian Film Lab del Singapore Film Festival e per la seconda del SEAFIC Script Lab.

E questa volta non finisce tutto in un paio di pellicole e una manciata di proiezioni. Dopo aver scritto e diretto il primo film a tematica LGBTQ (Noy, 2015) Anysay Keola nel 2019 ha lavorato a due progetti, The Tuk Tuk of the Fifth Kind e Expiration Date e Mattie Do, a cavallo tra California e Laos grazie alle origini statunitensi, ha realizzato il suo terzo film The Long Walk, scritto grazie al sostegno di fondi svizzeri.

IT’S TIME TO LAOS
E ora? Ora si può e bisogna crescere. Come? Generando cultura. Spento da decenni di immobilismo il cinema laotiano ha bisogno di cultura cinematografica. Da una parte crescendo un nuovo pubblico e dunque nuove strutture, nuovi luoghi del cinema. Dall’altro sviluppando appunto un’industria capace di generare cinema. Attualmente i fondi pubblici per la produzione cinematografica sono azzerati, i budget si aggirano attorno ai 5 mila dollari a film e spesso e volentieri la nascita di un film è legata a progetti di crowdfunding e investimenti privati. Una scarsezza di mezzi che innesca l’inevitabile contraccolpo professionale. Ad oggi infatti le troupe sono reclutate attraverso i social-network e spesso non retribuite. Professionisti del mondo della televisione e della musica adattano le loro conoscenze alla produzione cinematografica e il movimento fatica a muovere il passo decisivo verso la maturità.

IL LAOS È A LOCARNO. E LOCARNO È IN LAOS
Ed ecco Locarno, ed ecco tre anni di occhi - e mente - puntati. Open Doors ha acceso una luce sulla cinematografia laotiana nel corso di Locarno72, avviando il nuovo trimestre dedicato a una nuova area del Sud-Est Asiatico. Nell’agosto 2019 tre membri del collettivo della Lao New Wave Cinema ha partecipato alle giornate di Open Doors; Xaisongkham Induangchanthy ha partecipato alle giornate Lab, dedicate alla formazione di chi vive il mondo della produzione e Anysay Keola e Vannaphone Sittirath hanno presentato il loro nuovo progetto Red Mekong alla piattaforma di coproduzione internazionale Open Doors Hub. Vientiane in Love invece, l’opera collettiva firmata Lao New Wave, ha ufficialmente aperto gli Open Doors Screenings.

Poi, salutata l’estate, in autunno è stato Locarno a muovere verso il Laos. A inizio novembre infatti Sophie Bourdon - Head of Open Doors - e Paolo Bertolin (Open Doors Consultant) hanno incontrato produttori, registi e professionisti del cinema a Vientiane, in una due giorni all’Institute Français du Laos in cui hanno potuto presentare le attività di Open Doors e contemporaneamente iniziato a conoscere i progetti e i professionisti che potrebbero partecipare a Open Doors Hub e Lab a Locarno73. Già, perché il cinema, in Laos, è solo all'inzio.

Clicca qui e leggi anche l'intervista a Anysay Keola.


Aggiornamenti del Locarno Film Festival riguardo Covid-19

 

 

Anysay Keola, director and founder of Laos New Wave Cinema

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