News  ·  03 | 08 | 2018

"Quasi un lavoro da antropologo"

Intervista ad Alberto Fasulo, regista di "Menocchio" - Concorso internazionale

Che cosa ti ha colpito nella figura di Menocchio da decidere di dedicargli un film?

Certamente è stata la sua statura morale. La statura di un uomo qualunque, un uomo come potremmo essere anche noi. Sono sempre stato a conoscenza dell’esistenza di Menocchio, nella mia regione da trent’anni esiste un circolo culturale a lui dedicato, sono stati fatti spettacoli teatrali, che ho visto anche durante le scuole dell’obbligo. Ce ne hanno sempre parlato a scuola essendo lui vissuto nella Pedemontana della mia provincia. Quando ho cominciato la ricerca storiografica su Menocchio, attraverso i verbali originali del suo processo, ho incominciato a fare un sogno che è divenuto ricorrente. Mi è capitato anche durante il montaggio del film. “Sono in un palazzo fatiscente senza porte e finestre, in mezzo al nulla di notte, c’è molta gente, c’è una festa o qualcosa per cui tutti sono molto eccitati, io non conosco nessuno e nessuno è interessato a me, dopo qualche perlustrazione nei vari piani, scendo nel giardino e lì, allontanandomi dall’edificio, nel buio più assoluto, incontro un uomo che mi guarda seriamente. Non mi spaventa e sono consapevole che è Menocchio.” Ogni volta che incontro nel sogno questo sguardo mi sveglio con la voglia di ritornare nel sogno per saperne di più. Mi è rimasta forte la sensazione del suo sguardo. Quegli occhi misteriosi, indecifrabili, caldi, paterni, ma anche severi, rabbiosi, e aggiungo coscienti che sono stati la presenza alla mia ostinazione nel portare a termine questo film.

 

Il film ha un lavoro davvero impressionante su volti e sulla luce che li illumina. Quali sono stati i riferimenti iconografici che ti hanno spinto?

Non avrei mai pensato che un giorno avrei girato un film in costume, anzi sono certo che non mi sia mai interessato approcciare il genere storico di per sé, ma è stato proprio il periodo storico in cui è ambientata la storia di Menocchio che mi ha fatto prendere delle decisioni fotografiche radicali anche  sulla fotografia. Da qui la scelta di continuare a fare il DOP anche in questo mio nuovo film, trovando questo mantra che mi ha accompagnato durante le riprese: “non temere l’oscurità, cerca la luce ma attraversa il buio, il buio racconta come la luce”. Non ho avuto un preciso riferimento iconografico, se non forse che per l’aspetto intrinseco della luce, mi sono trovato affine a Rembrandt. Non solo per l’uso della luce che Rembrandt utilizza ma anche per la diversa nitidezza che ha usato nei suoi quadri.

Non avevo mai lavorato con un impianto produttivo strutturato, diviso in reparti, nei miei film precedenti sono sempre stato io ad entrare in delle realtà, qui invece dovevo costruirla questa realtà e avevo bisogno di persone che capissero il mio gusto. L’intuizione era provare a recuperare, stanare negli anfratti, nei luoghi, nelle persone quegli aspetti presenti sia all’epoca e sia quest’oggi. Questo mi ha portato a girare al castello del Buonconsiglio di Trento o negli stavoli di Orias nelle dolomiti Carniche del Friuli Venezia-Giulia e nei canali di Portogruaro. Ho frequentato molto i musei per vedere dal vivo le opere dei pittori dell’epoca, nei quadri ho trovato moltissimo materiale di partenza per ogni reparto. Il mio intento primordiale era riuscire a incontrare, nel senso più ampio del termine, Menocchio e per fare questo ho deciso di provare a far rivivere, o quanto meno riavvicinarmi il più possibile alla dimensione quotidiana dell’epoca. Per questo ho deciso di non usare luci artificiali, di girare con non attori, di non far leggere loro la sceneggiatura, di non imboccare dei dialoghi precostituiti, ma di parlare con ogni persona per far uscire il loro vissuto, la loro personalità. Tutti gli attori presenti nel film li ho trovati nelle valli dove Menocchio ha realmente vissuto. È stato un lavoro durato due anni prima di iniziare a girare. Il mio interesse, nello scegliere il cast, era rivolto a chi fosse quella persona con quel volto, che vita aveva trascorso, con che mansioni, che attività, che esperienze formative, interrogandomi su che tipo di personaggio sarebbe potuto diventare nel film. Un lavoro quasi da antropologo.

 

Rispetto ad altri lavori mi pare qui che il tuo sguardo si faccia molto serrato, stretto sui volti dei testimoni. Quando hai optato per questa scelta che è etica e formale?

L’idea filmica è germinata da quel primissimo piano di Menocchio che ho sognato diverse volte. Ma oltre a questo mi è sembrata una scelta conseguente alla convinzione che le parole possono essere estorte, equivocabili e anche ovviamente sincere ma è nel volto, nell’espressione che si coglie il reale sentimento della persona che sta parlando. E io nei miei film sono assetato di momenti di verità. Ci sono stati molti momenti emozionanti durante le riprese e il primo piano è sempre il rapporto che preferisco perché mi mette più in empatia con il personaggio senza farmi distrarre dall’ambiente circostante, quello preferisco raccontarlo più con il suono che con l’immagine.

Il film è basato sugli atti del processo.. Questa fedeltà storica non è mai stata messa in discussione?

I verbali del processo sono stati il punto su cui è cominciata la ricerca storiografica, ma sono stati messi in discussione immediatamente, primo perché sono scritti da un notaio che a memoria trascriveva solo le risposte dell’imputato e poi perché, come ho già detto, non ero interessato a fare un film storico e nemmeno a prendere a pretesto Menocchio per sostenere delle tesi storiche. Mi interessava incontrare quest’uomo per capire, per sentire, per ascoltare la sua esperienza e attraverso la sua storia parlare di un tema per me importante come la libertà di pensiero e delle conseguenze che ne derivano dalla scelta di sacrificarsi per tale libertà.

 

E come invece hai lavorato su quegli elementi che nel processo non erano presenti ?

Io ed Enrico Vecchi, abbiamo provato a metterci nei panni degli altri personaggi che Menocchio ha inevitabilmente coinvolto con la sua scelta di farsi processare. Non abbiamo letto solo gli atti del processo a Menocchio, ma anche quelli dell’amico prete Pre Melchiorri, e molti altri ancora per comprendere meccanismi e relazioni tra le parti e poter inventare dei passaggi che restituissero il contesto culturale dell’epoca. Abbiamo cercato di inventare il plausibile, e per fare questo abbiamo letto molti testi di riferimento sia storici che antropologici sull’epoca.

Verso la fine il film si apre a un salto in un’altra dimensione che trasfigura la realtà come mai hai deciso di includere queste scene ?

Il sogno carnevalesco, che in sceneggiatura non era un sogno, è stato importante per raccontare che Menocchio era cosciente che abiurando le proprie idee che aveva sempre difeso e sostenuto, avrebbe distrutto profondamente la sua credibilità, la sua vita, la sua integrità morale ed etica per gli altri e per sé. È  un passaggio fondamentale del nostro Menocchio perché carica di significato intrinseco quell’ultimo sguardo di un uomo che sa di essere stato artefice del suo destino e non ha un giudizio per questo ma comunque se ne assume la responsabilità senza essere né eroe né vittima.

 

La parola di Menocchio risuona oggi ancora potente. Prima ancora di affrontare il suo significato vorrei soffermarmi sul suono. Ci puoi dire come hai scelto le voci che compongono il tuo film. Quanto era importante la cadenza dialettale?

Anche in Menocchio la lingua è elemento importante del quadro generale del film. Branco in TIR parlava l’italiano con l’azienda, il croato con l’amico e lo sloveno con la moglie. Ogni personaggio usa legittimamente diverse lingue, ha diversi modi di esprimersi attraverso diversi vocaboli. Quando ho incontrato Marcello Martini, e ho sentito immediatamente che era il mio Menocchio, con lui ho accolto il suono della sua lingua madre di un paese nella val Cellina, vicinissimo alla diga del Vajont, Claut. Il friulano di quel paese ha una sonorità dura, azzarderei a dire, arcaica, rocciosa che funziona bene per avere un sapore di antico, oltre al fatto geografico che Claut è nella valle dove Menocchio è realmente esistito. La lingua, il suono è sempre un confine sociale e così in questo film il popolo usa il friulano, il clero usa il latino, mentre la lingua franca di comunicazione tra questi due ambienti, che originariamente era il veneto, è l’italiano, scelta che ho fatto per facilitare la fruizione al pubblico odierno.

 

Menocchio non è un film sulla libertà di parola, non è un film su qualcosa ma piuttosto su /in compagnia di qualcuno; tuttavia il senso dell’esperienza di Menocchio porta in sé qualcosa di molto attuale, soprattutto in tempi di retorica della comunicazione e delle immagini.

Sono felice che tu colga questo aspetto perché per me è importante. Sono convinto che la libertà di parola come altri sacrosanti diritti universali sono condivisibili da tutti. La confusione di oggi in cui la retorica è una delle armi per confondere le persone e i loro giudizi, consegue necessariamente che le persone si allontanino e perdano il contatto fra di loro diventando estranei e si ha sempre paura dell’estraneo. Io sento il bisogno di riposizionare al centro del discorso il contatto diretto, prossemico, non verbale, dove siamo essere viventi prima che cittadini che appartengono a culture, lingue, suoni e colori diversi tra loro.