News  ·  07 | 08 | 2018

Flor di cinema

La Flor - Concorso internazionale

A dispetto di un titolo, che suona gentile come un sonetto, La Flor è un film eversivo. In un mondo dove tutto ha una dimensione, durata, obiettivo, questa sorta di mille e una notte cinematografica ci ricorda che i film sono per natura oggetti smisurati. E non mi riferisco alla loro durata, ma alla capacità propria del cinema di richiamare dentro un rettangolo di spazio-tempo così tante cose da dare l’impressione che ci sia un mondo intero dietro ogni inquadratura. Con uno sforzo creativo che non ha pari Mariano Llinas ha realizzato un film lunghissimo non per dilatare una storia, ma per condensarvi una moltitudine di universi. Gli oltre 800 minuti che compongono La Flor sono brulicanti di storie, di idee (di cinema), di parole (in tante lingue diverse), di luoghi e di modi di filmare. Sono forse la migliore illustrazione della teoria che il nostro è solo uno tra i tanti mondi possibili.

Se il film esubera la capacità di essere raccontato, è perché i personaggi si sovrappongono, si danno battaglia per restare impressi nella memoria. Quello che resta come sentimento d’insieme è la bellissima sensazione di aver fatto un lungo viaggio, di essere cresciuti in compagnia di queste storie, di aver appreso che un volto può avere tante sfumature e che un racconto può presentarsi sotto forme diverse. Certo ci sono gli episodi a dare l’illusione di un ritmo: il primo che, a dispetto di un luogo che raggruma la storia, ha una spinta centrifuga come quella di un rabdomante e che senza darlo a vedere introduce uno dei temi su cui il raccontare opera, il contagio; il secondo, il più seducente di tutti, che si attorciglia come una canzone che non ci lascia più; il terzo, il più borgesiano, viaggio intorno al mondo alla fine della Guerra fredda, in compagnia delle storie che stanno nascoste dietro il volto di affascinanti spie; il quarto, il più sperimentale e libero, dedicato a Hugo (Santiago), diviso in due parti molti diverse, gli alberi e le lettere del “gatto”; il quinto, omaggio a Renoir e a tutti quanti amano filmare all’aperto; il sesto, il più onirico e fluido, breve come un lampo, testimonianza che arriva da lontano e che si ispira a un fatto avvenuto.

Gli episodi, anche messi insieme, non restituiscono la vertigine di un film che non smette di cercare il suo centro. E’ un’opera che solo un argentino poteva pensare. Solo qualcuno che ha visto le pianure senza fine (dove il film si chiude), che ha ricevuto le notizie dal mondo con un leggero ritardo e le ha impastate con quello sguardo di chi sta dall’altra parte del globo; solo chi conosce il senso della periferia dell’anima e viaggia prima ancora di mettersi in cammino poteva realizzare un progetto così presuntuoso e affascinante, così enciclopedico e inconcludente. Il più bell’omaggio alla fabbrica di racconti che ha preso il posto della letteratura e il cui piacer ancora non ci abbandona.

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