News  ·  21 | 11 | 2022

Dall’oggi al domani

Arrivederci a Jean-Marie Straub

©Locarno Film Festival
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Ihr dürstet längst nach Ungewöhnlichem, 
Und wie aus krankem Körper sehnt der Geist 
Von Agrigent sich aus dem alten Gleise. 
So wagts! was ihr geerbt, was ihr erworben, 
Was euch der Väter Mund erzählt, gelehrt, 
Gesetz und Brauch, der alten Götter Namen, 
Vergeßt es kühn, und hebt, wie Neugeborne, 
Die Augen auf zur göttlichen Natur.

Quella di Jean-Marie Straub e della sua compagna di tutta una vita, Danièle Huillet, è probabilmente una delle parabole politiche, artistiche e umane più singolari del cinema del ventesimo secolo. Il cinema di Straub e Huillet, un binomio inscindibile, nella sua umile potenza evidente, tracciava la linea che da John Ford conduceva alla modernità più motivata. Una chiarezza nel guardare e mettere in scena fraintesa sempre con lo spettro del rigore e di una mancanza di calore, laddove, invece, batteva forte e lucido, un sentire giusto, inconciliabile con le ragioni di un cinema ancorato alla sua sola logica commerciale.

Negli ultimi anni della sua vita, Straub aveva raggiunto sul Lemano, a Rolle, il suo amico Jean-Luc Godard. Barbara Ulrich gli stava vicino, il desiderio di fare sempre fortissimo come testimonia La France contre les robots, tratto da Bernanos, girato a pochi metri da casa sua. Un film enorme di nove minuti che intreccia le origini del cinema al frammento da cellulare.

Davvero, ora, il silenzio è caduto su Rolle.

Il percorso di Jean-Marie Straub, sopravvissuto a Danièle Huillet, scomparsa il 9 ottobre del 2006, è stato esemplare, nella sua singolarità, della storia di una cinefilia e di una sinistra riverberata nel cuore delle lotte e delle contraddizioni del ventesimo secolo. Dalla giovanile resistenza antinazista, nasce a Metz all’epoca parte della Germania, impara il tedesco, è molto vicino a François Truffaut e inizia a scrivere sui Cahiers du cinéma. Muove i primissimi passi nel cinema come assistente di Jean Renoir (Elena et les Hommes), Robert Bresson (Un condamné à mort s’est échappé) e, soprattutto, è al fianco di Jacques Rivette quando questi firma Le coup du berger, il suo esordio.

La guerra d’Algeria lo costringe a riparare prima ad Amsterdam e poi a Monaco di Baviera e per questo verrà condannato per diserzione in contumacia.

Sin dal loro esordio, con il Machorka-Muff, tratto da Heinrich Böll, si evidenzia quella attenzione al rapporto fra suono (intesa come parola e non solo) e immagine, sulla quale critici come Serge Daney hanno scritto parole fondamentali, ineludibili. Sempre da Böll, il mediometraggio: Nicht versöhnt oder es hilft nur Gewalt, wo Gewalt herrscht (Not Reconciled. Nel 1967, realizzano Chronik der Anna Magdalena Bach (The Chronicle of Anna Magdalena Bach). Interpretato da Gustav Leonhardt, leggendario clavicembalista, Chronik derAnna Magdalena Bach è probabilmente uno dei film davvero ineludibili della storia del cinema, un’opera che mette in scena la possibilità di (come) vedere – insieme – musica e immagine. Nello stesso anno collaborano con Rainer W. Fassbinder e la sua compagnia teatrale lavorando su un testo di Ferdinand Bruckner, Krankheit der Jugend, dal quale poi sarà tratto il cortometraggio Der Bräutigam, die Komödiantin und der Zuhälter (The Bridegroom, the Comedienne and the Pimp) interpretato da Hanna Schygulla e dallo stesso Fassbinder.

Tutti questi lavori, segno di una vitalità e forza politica ancora oggi insuperati, costituiscono la base di un lavoro la cui influenza si ripercuoterà profondamente negli anni Settanta e oltre, influenzando personalità come Pedro Costa (che su di loro realizzerà il magnifico Où gît votre sourire enfoui?), Joao Botelho, Jean-Claude Biette, Joao-Cesar Monteiro, Michel Khleifi e altri ancora.

Alla fine degli anni Sessanta, Straub e Huillet si trasferiscono a Roma, dove vivranno per molto tempo nel quartiere popolare del Trullo. Qui intrecceranno un rapporto fecondo con critici e amici come Adriano Aprà, Marco Melani, Enzo Ungari, enrico ghezzi che sosterrà il loro lavoro acquistandone i film per Fuori orario, Roberto Turigliatto, Piero Spila, la rivista Filmcritica il cui direttore Edoardo Bruno ha sempre difeso il loro lavoro creando l’opportunità di conversazioni lunghe e profonde, il quotidiano il manifesto dalle cui colonne Roberto Silvestri si scaglierà contro la decisione della commissione ministeriale (il 12 ottobre del 2001), guidata all’epoca da Gian Luigi Rondi, di negare al film Sicilia! ‘l’attestato di qualità’.

Ed è attraverso questa rete italiana che l’opera di Straub e Huillet diventa parte fondamentale dell’educazione di una non-generazione di cinefili che a loro guarderanno come a un impossibile modello di lavoro, etica e politica dell’immagine.

I loro film, Les yeux ne veulent pas en tout temps se fermer ou Peut-être qu'un jour Rome se permettra de choisir à son tour (Eyes Do Not Want to Close at All Times, or, Perhaps One Day Rome Will Allow Herself to Choose in Her Turn), Moses und Aron, Dalla nube alla resistenza, Fortini-Cani, Trop tôt, trop tard (Too Early/Too Late), Klassenverhältnisse (Class Relations), intrecciati rispettivamente a Corneille, Schönberg, Pavese, Kafka, sono il segno di un dialogo profondo con le ragioni della storia e del cinema, la cui bellezza, classica, risulta, oggi più che mai, ineludibile. Ed è proprio nel film tratto da Pavese, dove risuonano profonde le parole “Tu sei tutto nel gesto che fai” pronunciate da Nefele nei confrinti di Issione, nel primo dei Dialoghi con Leucò, che si trova forse quella che può essere considerata la dichiarazione poetica per eccellenza del cinema di Straub e Huillet: l’uomo, come Issione, è nelle proprie azioni.

Nel corso degli ultimi anni romani di Jean-Marie Straub noi critici in erba abbiamo avuto la possibilità di osservarlo da vicino, probabilmente senza mai cogliere sino in fondo l’importanza dell’uomo e della sua opera. Il suo accento franco-tedesco era il suono inconfondibile di conversazioni profonde, spietate e ironiche. Come quella volta che nella sede di Filmcritica di Piazza del Grillo, ci rivelò che di Robert Altman gli interessava anche Dr. T & the women. Straub era capace di gesti di una tenerezza fuori dal tempo. Come portare in dono dell’uva per una conversazione, non si chiamavano interviste con lui. Oppure quando, completamente a sorpresa, telefonava per dire che “Tu sei un tipo a posto politicamente”, perché aveva apprezzato quanto scritto su Operai, contadini. Noi si ascoltava sempre rapiti quando Straub parlava di cinema, annodando fili fra Ford e Stroheim e Mizoguchi. Vedeva chiarissimo, Jean-Marie Straub, “materializzava l’immaginazione”, per citare una giusta osservazione di ghezzi. “Bisogna rispettare l’integrità dello spazio che si filma”.

Per questo motivo la decisione di Carlo Chatrian di conferire il Pardo d’onore Manor a Jean-Marie Straub in occasione della 70esima edizione del Locarno Film Festival è stata giusta. Come giusto invitare Renato Berta a conferirgli il premio. Un momento indimenticabile. Grazie Carlo! Dal palco Straub ha citato Hölderlin, la malattia lo aveva colpito ma non piegato.

Jean-Marie Straub è stato molto di più che un regista. Jean-Marie Straub è stato il segno ineludibile di una resistenza possibile. Di un cinema da fare. Un cinema che sovente è stato mal compreso, addirittura ridicolizzato. Martine Marignac, invece, premio Raimondo Rezzonico, la più straubiana di tutti, ha sempre prodotto il cinema di Jean-Marie e Danièle.

Nel magnifico volume curato da Piero Spila Il cinema di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet – Quando il verde della terra di nuovo brillerà, Straub, citando Buñuel, dice che si deve continuare a fare dei film dove ciascuno possa scoprire che non viviamo nel migliore dei mondi possibili.

“Quando si fa un film bisogna dare alle persone il gusto di vivere, dell’aria, del vento e della vita”.

E ieri, da Piero Spila, mi giunge un messaggio – straubiano – nella sua precisione: “Jean-Marie mancherà a chi lo merita”.

 

Giona A. Nazzaro