News  ·  06 | 08 | 2023

Ricardo et la Peinture

Tutto è all'insegna della bellezza, estetica e spirituale, in questo viaggio nel tempo attraverso epoche e luoghi differenti.

Dopo il drammatico Amnesia (Piazza Grande 2015) e il documentario Il venerabile W. (Fuori concorso 2017), Barbet Schroeder torna a Locarno, sempre in ambito non competitivo, con un altro ritratto umano. Ma laddove il suo precedente lungometraggio chiudeva quella che lo stesso regista considerava un trittico sulle varie sfaccettature del male (dopo i due documentari sul dittatore ugandese Idi Amin e sull’avvocato francese Jacques Vergès, difensore di terroristi e criminali di guerra), questa volta, con Ricardo et la Peinture, si tratta di stare in compagnia di un uomo buono, mite, dedito alla pittura. Per l’esattezza in quella di Ricardo Cavallo, pittore argentino, classe 1954, residente in pianta stabile in Francia dagli anni Settanta e amico di Schroeder. Appassionato d’arte sin da ragazzino, ha dedicato tutta la sua vita alla pittura, con fare talvolta eremitico o ascetico, come mostrano alcune sue abitudini poco convenzionali che il regista sceglie di sottolineare in modo divertito: è dal 1967, quando aveva 13 anni, che Cavallo mangia riso ogni giorno, con tutti i pasti, colazione inclusa.  

Schroeder lo accompagna mentre prepara alcune delle sue opere, mentre trasmette la sua passione ai bambini del paesino in cui vive, e soprattutto mentre spiega vari passaggi della storia della pittura. Il titolo, difatti, non si riferisce soltanto all’attività artistica di Cavallo, ma alla sua passione sempiterna per l’arte: in diversi passaggi del film il suo impegno come insegnante/esegeta è in egual misura un ritratto d’artista e una bella lezione di storia dell’arte. Una lezione che per certi versi è spiazzante in mano a Schroeder, noto per il suo interesse, sia nei documentari che nelle opere di finzione, per le vicende di persone decisamente poco raccomandabili (basti pensare a Il mistero Von Bulow, che valse l’Oscar a Jeremy Irons).  Tutto è all’insegna della bellezza, estetica e spirituale, in questo viaggio nel tempo attraverso varie epoche e da una location all’altra, fra l’Argentina e la Francia, che ci aiuta a capire come l’evoluzione delle tecniche pittoriche abbiano plasmato la personalità di Ricardo Cavallo, ed è evidente l’affetto del regista nei confronti dell’amico. Non c’è la volontà di scioccare o provocare, che era presente, invece, nel documentario su Vergès (celeberrima la battuta «Difenderei anche Bush, ma dovrebbe dichiararsi colpevole»): solo il desiderio sincero di accompagnare e ascoltare un uomo che ha tante cose da raccontare, sia nel contesto intimo della propria abitazione che in quello più maestoso dei paesaggi che spesso lo ispirano e lo spingono a pensare in grande (il film si apre con Ricardo al lavoro su un quadro di grandissime dimensioni composto da tanti quadri più piccoli). E come con i bambini con cui egli interagisce regolarmente, è difficile che la sua passione, dopo quasi due ore di proiezione, non abbia contagiato anche il pubblico. 

Max Borg

CURIOSITÀ

Il protagonista del documentario, Ricardo Cavallo, è emigrato da Buenos Aires alla Francia nel 1976. Dal 2003 si è trasferito in Bretagna, dove è ambientato il film.

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